RadioBue.it - Reportage Italiani
Reportage Italiani


Ghemon @ Mame Club, 30 aprile 2015
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Lunedì 04 Maggio 2015 00:00

L'ambiente dell'hip-hop mi è sempre stato un po' estraneo, anche per la mia maniera di concepire la musica. Sentire un tizio che parla velocemente in rima sopra una base tutta uguale mi lasciava piuttosto perplesso, altre volte annoiato. Il fenomeno del rap e dell'hip-hop è uscito alla ribalta in Italia solo pochi anni fa, sulla matrice di quello americano, adeguandosi ad una matrice più espressamente commerciale e di certo non espressamente raffinata (sì, sto parlando di "chiamami bomber, passami il dompe").

Quello che molti non sanno è che esiste un fiume sotteraneo di personalità italiane che l'hip-hop lo praticano da anni, mettendo al centro tematiche importanti e soprattutto buona musica. Ghemon con il suo ultimo album ORCHIdee, uscito già lo scorso anno, tira fuori un vero e proprio gioiello tutto suonato, che non ha nulla da invidiare a produzioni internazionali come Kendrick Lamar o il nuovissimo Snoop Dogg. C'è sicuramente bisogno di ringraziare i ragazzi del Rise Festival, gli organizzatori della data, che hanno portato il tour di ORCHIdee a Padova, dato che finora l'unico posto in cui si eras esibito in veneto è stato l'appartamento Hoffman.

Il concerto al Mame si apre con il live dei Navigazione Interna, giovane gruppo padovano che coniuga hip-hop cantato con suoni più rock; si trattava di un'apertura molto importate per i cinque ragazzi, perchè hanno presentato il loro primo EP Nuotare a Vancouver.

Ghemon inizia poco più tardi, affiancato dalla sua live band Le Forze del Bene. Un concerto inizato sottotono, vuoi perchè il cantante avellinese doveva ancora scaldarsi, vuoi che il fonico dove ancora ultimare i volumi, ma che si è rapidamente ripreso.

La vera forza di Ghemon, al di là della sua abilità di passare agilmente dal rap al canto, sta proprio nelle sue canzoni, semplici ed orecchiabili, la dimostrazione che si possa realizzare un ottimo album pop (nel senso di popular) senza cadere nella banalità. Il pubblico si ritrova a cantare tutti i ritornelli, che parlano di storie comuni e forse anche per questo molto sentite da tutti. Il concerto procede filato, Ghemon sa come gestire il pubblico, si muove con sicurezza sulla scena; ricorda a tutti che domani, primo maggio, suonerà al famoso concerto. Il sogno di una vita divenuto realtà, il segno che se si lavora sodo, prima o poi i risultati e le grandi soddisfazioni arrivano.

Trovate la nostra intervista a Ghemon qui!

Tommaso Rocchi

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Intervista ai Linea 77 per il concerto del New Age
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Giovedì 09 Aprile 2015 15:13

I Linea 77 tornano al New Age club di Roncade (TV) per promuovere il loro nuovo album: Oh!, un lavoro legato alle proprie origini, a metà strada tra l'hardcore torinese degli anni Novanta e il nu metal, e che ha conquistato all'istante i fan più affezionati. Per questo tour, la band ha deciso di rivoluzionare le scalette dei propri concerti, concentrando lo show prevalentemente sul nuovo manteriale e tenendo alcuni dei pezzi storici come contorno.

Carlo a.k.a. Mezza della redazione musica di RadioBue.it ha colto l'occasione per incontrare la band e fargli qualche domanda sul nuovo disco e sul tour

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Genteinattesa @ Arti Inferiori, 19 marzo 2015
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Venerdì 20 Marzo 2015 12:02

Quello del pubblico che a gruppi entra in sala è un vociare allegro, vivace, pieno di saluti tra persone che si riconoscono e si ritrovano nella comune passione per il teatro. Io seguo questa corrente scomposta e mi accomodo in alto, in galleria, con una bella prospettiva sul palco. Palco che mostra già una scenografia molto essenziale: un piccolo tavolino alto in mezzo a due leggii, con una chitarra appoggiata. E già da qui si intuisce che i protagonisti saranno due voci, il loro dialogo, e la musica, tutti insieme in grado di evocare un intero mondo, quello della Genteinattesa, lo spettacolo in scena all’MPX con Giuseppe Battiston e Piero Sidoti, il primo anche regista e il secondo autore e voce delle musiche originali.

altEd è proprio dopo una canzone che il primo personaggio, interpretato da Piero, si presenta: è un uomo dall’età indefinibile, laureato in astrofisica che, negli anni in attesa (appunto!) di trovare la sua strada, ha fatto master e dottorati, per arrivare infine a barcamenarsi tra impieghi come uomo-sandwich al centro commerciale e Babbo Natale su commissione. È dovuto diventare “giovane per lavoro”. 

Nel suo peregrinare, preoccupato ma non ancora rassegnato, ha incontrato una specie di mentore, un non meglio specificato professore, che ha la voce e la presenza scenica di Giuseppe Battiston, una figura esattamente agli antipodi dello “sfigato” con la chitarra, e il contrasto si fa subito evidente. Tanto questo ha un’aria perennemente spaesata, fuori posto, sottolineata dagli abiti scuri e dalla posa sgraziata, tanto l’altro è a suo agio nel bel completo bianco, saldamente aggrappato a un accessorio che diventa anche il terzo protagonista della rappresentazione: l’aperitivo.


Il professore, infatti, ha fatto della precarietà e della superficialità uno stile di vita, e dispensa perle di questa filosofia del surfare tra gli ostacoli: “l’uomo con l’aperitivo è inattaccabile”, è l’emblema della personalità che non sa di niente e non deve fare niente, solo adeguarsi di volta in volta all’atmosfera e ai discorsi che lo circondano. Per sostenere la sua tesi scomoda addirittura la sua personale lettura di Seneca e del principio del galleggiamento di Archimede: stanno molto meglio a galla i ragionamenti poco densi, scarsi di contenuto ma pieni di parole che fanno volume.

altIl contraltare a questa cinica visione della vita sono le canzoni di Piero, che danno voce alle tante figure di eterni giovani, sempre in qualche modo fuori posto, di volta in volta delusi o ancora animati da una precaria fiducia nel futuro. Di queste contraddizioni e di questa umanità si ride amaramente, identificandosi di volta in volta nel Professore, disincantato e cinico, o nel Precario, condannato a essere sempre giovane e sempre “in attesa”.

Daria Benetazzo

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E Johnny prese il fucile @ Arti Inferiori, 13 gennaio 2015
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Giovedì 15 Gennaio 2015 00:00

Fuori dall’MPX c’è una lunga fila di persone che aspettano di entrare: stasera non si va a vedere un film ma va in scena un audiodramma, e si sentono delle vibrazioni di curiosità serpeggiare tra le persone in coda, infreddolite (ma solo un po’) e avvolte nei loro cappotti.

Non è la prima volta che vado a vedere uno di questi spettacoli, e forse ho la presunzione di sapere già cosa succederà una volta indossate le cuffie. Invece mi sbaglio: quel misto di attesa e curiosità arriva lo stesso, una volta che ti sei accomodato sulla poltroncina e hai indossato le cuffie. Ecco, proprio le cuffie sono parte integrante della magia del fascino, della suggestione, che questo spettacolo si porta appresso. Ed è uno spettacolo un po’ magico anche perché, a differenza per esempio degli occhiali 3d al cinema, in questo caso il nostro immaginario è chiamato a uno sforzo ulteriore: non c’è niente da “vedere” in un audiodramma, c’è invece tantissimo da scoprire o, se preferite, da inventare

Si abbassano le luci e in cuffia cominciano ad arrivare le istruzioni per godersi al meglio lo spettacolo, a mò di annuncio del comandante prima del decollo; la differenza è che in questo caso si capiscono le parole. Dopo il classico “spegnete cellulari e facebook vari” si viene catapultati all’interno di uno studio di registrazione, peraltro piuttosto affollato

E Johnny prese il fucile è un romanzo del 1939, scritto da Dalton Trumbo. Racconta di guerra, di un incidente di guerra, e di un soldato che perde gambe, braccia e parte del viso a causa dell’esplosione di una bomba. L’adattamento di Sergio Ferrentino per Fonderia Mercury riprende la trama del libro, ma ne condisce la narrazione con l’uso di un microfono binaurale, un aggeggio a forma di testa umana che riproduce i suoni in maniera tridimensionale: se provate a parlare girandoci attorno sentirete un voi-parlante che vi ronza attorno, ed è parecchio suggestivo

Il racconto non è facile, la vicenda stessa di Johnny non è facile, ma ogni tanto è giusto conoscere le cose per come sono andate - o potrebbero andare, visto che abbiamo goduto del beneficio della finzione. Ascoltare la storia di un mutilato di guerra e dei labirinti che si creano nella sua mente non è come guardare un episodio di una serie tv, ma paradossalmente è più coinvolgente: ci si trasforma in osservatori  

Le voci di Marco Baliani, che ha recitato nonostante la febbre, e dei bravissimi Roberto Recchia e Deborah Morese danno risalto agli stati d’animo del prigioniero mutilato, della sua ragazza lontana e degli oggetti che lo circondano. La prossima volta che vi capita, giocatevi una serata al cinema con un audiodramma: secondo me vi piacerà

Pietro Osti

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Zen Circus @ Studio 2, 9 gennaio 2015
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Martedì 13 Gennaio 2015 09:39

Dopo qualche problema per riuscire ad entrare perché non risultavamo in lista, facciamo il nostro ingresso nel suggestivo salone dello Studio 2, immerso in un'aria ricca di anidridi e di profumi di cocktail annacquati.

Decidiamo di posizionarci il più vicino possibile, senza aver però prima individuato accuratamente la zona ideale, dopo calcoli incrociati e previsioni sulle aree a maggior rischio pogo. Aspettiamo così l'inizio dello spettacolo (eravamo in tre), perfettamente consci del fatto che l'orario indicato per l'inizio, le 22 e zerozero, non è affatto attendibile, poiché, come capita per praticamente tutti i concerti degli Zen, si parte quando loro hanno voglia di farlo. E difatti anche ben oltre le 22 non c'è nessuna traccia riconducibile a musica dal vivo... decidiamo di ingannare il tempo comprando una birra, perché tutti ne hanno una in mano e a noi piace seguire le tendenze.

Il gruppo d'apertura si chiama GNAC e si esibisce con un numero anche eccessivo di brani per essere solo un gruppospalla - ne abbiamo contati otto barra nove - dando vita ad un mini concerto nel concerto, tutto sommato piacevole, con cui presentano il loro nuovo album, Adesso. Ci colpisce il batterista con scritto "MERDA" sulla maglietta e una canzone presentata dal cantante come "scritta in un luogo di aggregazione di noi giovani... l'ufficio di collocamento". Prima di smontare attrezzi e strumenti fanno a tempo a ricordare che lo Studio 2 è prossimo alla chiusura, gettando un velo di tristezza momentanea su tutta la folla.

L'intermezzo sound-check viene eseguito da tre simpatici pelati tatuati che tra le varie cose accendono una gran quantità di candele colorate che creano un'atmosfera assai rilassata, nonostante la folla continui ad infittirsi, e l'attesa dei protagonisti della serata si faccia palpabile.

Finalmente la tensione viene spezzata dall'arrivo degli Zen, che letteralmente "balzano" sul palco, accendendo il pubblico. I nostri calcoli accurati sulla ricerca del posto adatto non sono stati vani, infatti riusciamo ad accaparrarci tre posti in prima fila davanti al microfono di Appino, che ci stupisce con il suo nuovo look composto da baffi e stilosissima maglia di Bob Dylan. Inizia così la tappa patavina del Busking Tour, in cui il Circo Zen decide di tornare alle origini, tornare (metaforicamente) sulla “strada” con suoni acustici, strumenti musicali alternativi e la voglia di fare folk chiassoso, mettendoci sempre tanta energia. 

La scaletta eseguita è molto varia, apre il concerto Atto Secondo, brano tratto dall'album Nati per Subire e presto l’atmosfera si scalda. Subito arriva Vent’anni,  manifesto generazionale cantato in un minuto e mezzo. Gli Zen alternano così alcuni brani estratti dall’ultimo album Canzoni contro la natura, come Postumia, Vai vai vai, L’anarchico e il generale, Sestri Levante a successi del 2009 come Vecchi senza esperienza e Andate tutti affanculo, la ballata ironica che vede Appino alle prese con chitarra, voce e fisarmonica e il pubblico impegnato a fargli da coro. Il salto temporale continua con i brani tratti dai primi album, quando gli Zen scrivevano in Inglese e sperimentavano, cercando di costruire il loro stile: il suond un po’ surreale de “ I bambini sono pazzi”, una cover dei Minutemen e  la spagnola mexican requiem, in cui Karim Qqru, noto per l’abitudine ad usare strumenti non convenzionali, si mescola tra il pubblico e, attraverso un’intensa performance, dimostra ancora una volta di non saper suonare sapientemente solo la batteria, ma anche la washboard (letteralmente, tavola per il bucato), armandosi di ditali di alluminio.

Verso l’ultima parte del concerto, con stile stranamente diplomatico, gli Zen ci definiscono il pubblico più educato del tour, e Ufo - che abbiamo intervistato prima del concerto - non perde tempo per fare un riferimento al sindaco Bitonci, forse è sua la colpa se la gente patavina è così composta e assuefatta alle regole. In realtà, quando Appino inizia a suonare le prime note di viva il pogo tanto atteso esplode in mezzo alla folla e dopo i brani di chiusura, Il Frontman, con il suo fare brillantemente sgarbato, lascia la chitarra ad un ragazzino in prima fila, palesemente incredulo, e corre in mezzo al pubblico, disperdendosi tra la folla.

Fine del concerto. Dove si sia rifugiato Appino,  avendo a disposizione i pochi metri quadrati che fanno lo Studio Due, è un mistero. Noi non potevamo aspettarci un’uscita di scena più politicamente scorretta di questa e del resto ci piace, perché è un po’ l’essenza del Circo Zen, incazzata, passionale e tagliente.

 

Luca Leone, Eleonora del Pizzo, Sofia Levorato

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