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Giovanni Lindo Ferretti @ Macello, 24 maggio 2014
Reportage - Reportage Italiani
Martedì 27 Maggio 2014 09:31

Altro giro, altra corsa: è la volta di un attesissimo, trionfante ritorno. Sul palco del Macello, “a cuor contento” - come recita il titolo di uno dei suoi più recenti lavori discografici - Giovanni Lindo Ferretti.

L'eclettico e discusso artista torna ancora una volta a far sognare Padova, che raccoglie entusiasta l'invito. In una splendida serata che preannuncia la calura dell'imminente estate 2014, Ferretti non risparmia chicche da intenditori, miscelando sapientemente brani del suo repertorio da solista ai più storici e “confortanti” brani del passato.

Un uomo che spicca per fascino, carisma, presenza scenica, voce. Mille e più sensazioni diverse, che si fondono con il calare della sera e l'aria circostante, di colpo rarefatta e surreale. Sono oramai storia gli indimenticati e fertili trascorsi con Massimo Zamboni, così come con i membri che andranno a comporre, anni dopo, i Litfiba.

E' on stage il Ferretti camaleontico, capace di passare dalle tenebre di testi un po' ostici al tonante ritmo dei suoi brani più scanzonati. In più momenti, durante il concerto, emerge la sua vena filosofica e pensosa (è nota la sua fascinazione per il Pensiero dell'Islam e per quello cinese) che trasporta altrove, trascinando l'orecchio e la mente in una dimensione altra, lontana, evanescente. Aliena.

La cornice del Macello si presta a meraviglia per impreziosire un'esibizione calda, intensa, evocatrice di mille mondi diversi... tutti riuniti in un unico uomo, non esente da mille controversie politiche e personali. Al suo fianco, i fedeli e pimpanti Ezio Bonicelli (violino) e Luca A. Rossi (chitarra elettrica).

Storico membro e padre fondatore dei CCCP Fedeli alla linea, poi reinventati e riuniti sotto il nome di CSI Consorzio Suonatori Indipendenti in seguito al crollo dell'URSS, e infine PGR Per Grazia Ricevuta, Ferretti è fautore di un irridente punk “emiliano, filosofico e filosovietico”. Il tempo è quello maturo, sin dal 2002, per un'audace svolta solista: celebre, forse incontrastato esponente del punk italiano anni '80, Ferretti si riconferma ancora una volta cantante e paroliere sopraffino. 

Si inizia in sordina, con una voce un po' sussurrata e melanconica (“Canto eroico”, “Tu menti”), per poi strizzare l'occhio al pubblico con “Amandoti” – hit-diamante portata al grande pubblico da Gianna Nannini – e proseguire con “Tomorrow”, nota ai più per la versione cantata da Amanda Lear. Grazie al manifesto punk “Mi ami?” il pubblico canta a gran voce, per poi scatenarsi letteralmente sulle note di quell'indimenticabile “Emilia Paranoica” che decretò il successo dei CCCP.  

Un breve intermezzo e si riprende. Il sound è corposo e sfrontato, buffo in “Oh, battagliero!”, urlato in “Per me lo so”, orientaleggiante in “Radio Kabul”, cinico e cupo in “Barbaro” (“banche! banche! banche! banche!”). Preziosa, melanconica, emozionante e diamantina spicca un'altra hit: “Annarella”. “Per me lo so” e scatta il pogo tra la folla rapita.

Un successo di pubblico che applaude, rivive, si emoziona dopo aver tanto atteso. “Maledizioni, invocazioni, preghiere... (…) solo una terapia, solo una terapia, solo una terapia” che Ferretti regala al pubblico, lasciandosi scappare qualche sorriso mentre fuma una sigaretta sul palco, indietreggia, avanza, si guarda le scarpe e canta meditabondo con una mano in tasca.

Angela Ranucci

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Antonio Faraò American Quartet, 16 novembre 2013
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Mercoledì 20 Novembre 2013 10:33

Il Jazz. Un sound caldo e coinvolgente che dopo aver attraversato l'oceano, arriva e si riversa tra le vie di una delle città universitarie per eccellenza: Padova. Queste note si diffondono grazie ad un impostante festival, il Padova Jazz Festival, che quest'anno è arrivato con successo alla XVI edizione. Il Jazz non è più solo un tipo di musica o uno stile di vita, è diventato un modo di pensare e di esprimersi, anche oltre la musica, che vuole raggiungere un pubblico di esperti e aspiranti tali attenti, curiosi e avidi di conoscere.

Le location scelte per questi momenti di comunicazione e crescita sono rappresentativi nella loro istituzionalità e storicità: l'Auditorium San Gaetano e il Teatro Verdi. É proprio il principale teatro padovano ad ospitare nella serata conclusiva del 16 novembre l'American Quartet guidato da Antonio Faraò che si è avvalso della collaborazione di musicisti di grande spessore come Joe Lovano, Ira Coleman e Billy Hart.

Evan è il disco frutto di un progetto internazionale, non solo per le nazionalità dei musicisti, ma anche per la produzione del cd che è stato registrato negli Stati Uniti con una collaborazione discografica italo-francese. Sipario aperto. Una batteria. Un pianoforte a coda. Un fondale arancione. Ecco il quadro che accoglie gli spettatori ansiosi di prender posto sulle rosse poltrone per ascoltare le note dell'American Quartet.

E i musicisti non si fanno attendere a lungo. Per primo Antonio Faraò si dirige verso il pianoforte, seguito da Billy Hart che prende in mano le sue bacchette e si siede dietro a tamburi e piatti. Ira Coleman entra portando con se il suo contrabbasso e Joe Lovano, con bianco cappello da jazzista, fa il suo trionfale ingresso con due sassofoni, un contralto in mib e un soprano in sib che alternerà nel corso delle esecuzioni..

Le dita di Faraò accarezzano i tasti bianche e neri ad una velocità che fa concorrenza al vincitore del più famoso duello cinematografico tra pianisti, il leggendario pianista sull'oceano ispirato all'abile penna di Baricco. Le corde del contrabbasso di Coleman allietano il pubblico con il loro suono profondo e armonioso che spesso si intrecciava, supportando, le note degli altri strumenti. Hart, recente vincitore del premio come come miglior batterista dell'anno dalla JJA (Jazz Journalist Association), si è esibito in più di un assolo, ascoltato in religioso silenzio dal pubblico e dai suoi colleghi. Il preferito del pubblico, però, era Lovano. Il sassofonista, uno tra i migliori, suona con maestria e disinvoltura entrambi i saxs. La sua performance però non è continua, infatti sono numerosi i momenti in cui fa riposare polmoni e dita per ascoltare i suoi colleghi accennando qualche passo a tempo di musica.

Dopo un'ora e mezza di spettacolo per le orecchie e gli occhi, i quattro musicisti abbandonano i loro strumenti per ricevere i meritati applausi ed si dirigono dietro le quinte...ma non è la fine. Il quartetto ritorna sul palco per rendere omaggio all'Italia, o meglio alla capitale, intonando Roma non fa la stupida stasera. Le note malinconiche ma ricche di dolcezza di questa romantica serenata ammaliano il pubblico che non lesinando in applausi, fa capire la totale soddisfazione per un viaggio tra nuovo e vecchio continente reso possibile grazie alla melodia del Jazz.

Lara Ballarin

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Perpianoearchi @ Padova Jazz Festival, 14 novembre
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Martedì 19 Novembre 2013 18:53

È la sera di giovedì 14 novembre. Arrivo finalmente al Teatro Verdi dopo aver combattuto contro la pioggia, il freddo, il traffico e gli introvabili parcheggi (com’è bella questa città durante il maltempo!). Spero con tutto il cuore che tutti i miei sforzi per arrivare alla meta siano valsi e che il concerto sia se non altro decente. 

 

La platea è ancora semivuota, nonostante manchino solo pochi minuti all’inizio del concerto. E mio malgrado, mi accorgo che si riempirà poco. 

Il palco è già pronto. Le sedie per l’orchestra, la batteria, il piedistallo per il direttore, il pianoforte. Il tecnico del suono è al suo posto in fondo alla sala, le luci sono predisposte, i fotografi impostano le loro macchine fotografiche. Tutti sorridono e trasmettono un pacifico senso di fiducia. Mancano solo loro, i musicisti. Ma si percepisce già la loro presenza. Ma soprattutto si perepisce un’atmosfera di strana magia. 

 

Arriva l’orchestra, che in questo inizio ha il ruolo di fare da sfondo per la presidente dell’associazione Miles e organizzatrice del Padova Jazz Festival, Gabriella Piccolo Casiraghi, che come sempre ringrazia e introduce la serata. 

 

Poi entrano i protagonisti: il direttore d’orchestra, Paolo Silvestri, il batterista, Mauro Beggio, il contrabbassista, Luca Bulgarelli e il pianista, Enrico Pieranunzi. E la musica parte.

Allora inizio a capire da dove proviene questa magia. A quella del jazz si sovrappone la magia del cinema, di un mondo così reale e allo stesso tempo di fantasia. 

Gli amanti del genere sanno chi è Enrico Pieranunzi: interprete e compositore italiano di livello internazionale, nel 1993 nominato uno tra i tre migliori jazzisti europei dall’Academie du Jazz francese. 

 

I primi due brani sono fusion, ossia una perfetta combinazione di più generi, in questo caso jazz e una classica orchestrale. Alla fine dell’esecuzione scopro che sono stati composti dallo stesso Pieranunzi. Ma non dice più di questo, non parla di se stesso, sa che non ce n’è bisogno. Ha già parlato attraverso i suoi pezzi, ha lasciato che il pubblico capisse chi è: gli studi classici, l’amore per il jazz puro, il lavoro a Cinecittà, le influenze ricevute da Debussy (autore del Clair de Lune). È tutto in quei due pezzi.

 

Pieranunzi presenta i pezzi degli altri. Così introduce il Saltarello e il Tirollallero, tratti dalla commedia musicale Rugantino di Garinei e Giovannino, musicata dal compositore romano Armando Trovajoli. Il primo è molto energico (Pieranunzi non perde l’occasione di segnare il ritmo con il piede sinistro, non impegnato nell’uso dei pedali) e lascia spazio a un esuberante assolo di batteria; il secondo è più calmo e romantico. 

 

Se nei primi due Pieranunzi ha presentato se stesso nella sua totalità, nel terzo brano da lui composto, Castle of solitude, mostra il suo lato più jazz: senza orchestra, solo piano, batteria e contrabbasso; vigoroso, ritmico, vivo più che mai. 

Il pezzo è ben piazzato, perché a seguire c’è un tributo a Ennio Morricone, con un brano che ha visto lo stesso Pieranunzi come protagonista principale: Nuovo Cinema Paradiso. Allora il pianista racconta di come per un periodo della sua vita ha collaborato come musicista itinerante in diverse produzioni cinematografiche, cita Bianco rosso e Verdone, Un sacco bello, Novecento, Il deserto dei Tartari. E nell’87 è proprio lo stesso Morricone che lo vuole per Nuovo Cinema Paradiso.

 

È incredibile l’atmosfera che si crea durante l’esecuzione del brano di Morricone, tra i più belli mai scritti per una colonna sonora. 

 

La serata ha raggiunto il suo apice, gli spettatori sarebbero già molto sodisfatti se i musicisti si alzassero e lasciassero il palco. È difficile mantenere il tono dopo un’esecuzione così perfetta. Invece la magia continua, con un concerto in tre tempi, composto dal maestro Silvestri per Pieranunzi, su ispirazione di alcuni vecchi brani, tra cui Seaward e diversi da una collaborazione con Charlie Haden. Citando Pieranunzi, è “un concerto da ascoltare come un concerto”. 

 

Applausi meritati aspettano alla fine i musicisti. E, per quanto mi riguarda, le interperie cittadine sono state ben ricompensate.

Giorgia Auriemma

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Nuevo Tango Ensamble @ Padova Jazz Festival, 12 novembre 2013
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Venerdì 15 Novembre 2013 16:30

Martedì 12 novembre, eccoci al secondo giorno del Padova Jazz Festival. 
La gente si accalca, il posto non è numerato e l'Auditorium San Gaetano si riempie in poco tempo. 
Sarà che è sotto terra o forse perché siamo in tanti, ma la sala è davvero calda, troppo calda. Non ci fanno aspettare troppo, Gabriella, madre di questo evento giunto ormai alla sua sedicesima edizione, sale sul palco e prende il microfono per illustrare i punti focali del festival, ma soprattutto per ringraziare, per ringraziare tutti: sponsor, manovalanza, musicisti, pubblico. Applausi.


Sono curiosa, quasi impaziente di sentire dal vivo cosa sia effettivamente questo incontro di tango e jazz; sì, perché questa sera suoneranno la Nuevo Tango Ensamble e Javier Girotto.

Gianni Iorio, Pasquale Stafano, Pierluigi Balducci è dal '99 che si ritrovano accomunati da due grandi passioni: Astor Piazzolla e il jazz; non serve essere grandi esperti per sentirle entrambe e il risultato di questo incontro è avvincente. La fortuna sta prima di tutto nella grandezza di Piazzolla e delle sue composizioni che risultano comunque familiari anche a chi non ne ha fatto plurimi ascolti; ci dev'essere un legame tra noi e il tango che va al di là di un'atavica emigrazione, c'è qualcosa nel tango che trasporta a prescindere, sarà la pasiòn? Sarà che i tre musicalizadores son bravi, sono bravi nel loro essere 'tipici' e sono bravi anche quando escono dalle righe. La parte divertente di tutta la faccenda è ritrovare i tempi degli standard jazz: A, B, chorus, improvvisazione...e ci stanno benissimo! Aiutano infatti a definire più chiaramente le scene, i quadri, le immagini poetiche, per così dire, ed ecco che il concerto si fa teatro.

Il palco è pieno di storie che si intrecciano come le gambe di due tangueri, una tra le più evidenti è quella di Javier Girotto, che stanco delle possibilità musicali in Argentina, va negli Stati Uniti, comincia fare jazz con alcuni tra i suoi protagonisti e ora si ritrova qui in Italia a suonare, tra le altre cose, tango argentino, il tango di Astor Piazzolla, che come lui e come i suoi compagni di scena ha un po' di sangue pugliese. Javier come tutti i sassofonisti mette troppe note, ma il contesto lo aiuta, le scale ostinate aiutano ad immaginare l'altrettanta ostinazione di figure piene di fascino, volteggi e mistero di simmetrie, il tutto servito su un vassoio di estrema consapevolezza delle dinamiche, quelle che danno la pelle d'oca per intenderci, i dettagli che lo rendono diferente.

 C'è la passione, c'è il pensiero triste, così come ci sono i momenti per improvvisare che talvolta stemperano, talvolta accrescono tensioni muscolari e non. Oltre alla milonga, al candombe uruguayano, c'è tanto mare, il mare nostrum con le sue nenie e motivi quasi neomelodici a volte stomachevoli, con le sue aperture su scenari soleggiati, 'maggiori'. La maggior parte dei brani proposti provengono dall'ultimo album della Nuevo Tango Ensamble dal titolo 'D'impulso', ma l'impressione non è affatto quella di una musica impulsiva, a meno che con impulso non s'intenda l'incedere ritmico, ma tutto sembra estremamente calcolato, tutto è fin troppo nel posto e al momento giusto. Il risultato è l'equilibrio, l'ordine, ma scosciato come il vestito di una ballerina.

Silvia Morbiato
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Lucrezia Borgia @ Teatro Verdi, 20 settembre 2013
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Lunedì 23 Settembre 2013 09:40

 

altUn' opera forte, densa di toni drammatici e forti chiaroscuri, che forse avrebbe richiesto una spinta in più. La Lucrezia Borgia, tratta dall'omonimo dramma di Victor Hugo, è forse l'opera meno conosciuta di Donizetti, ma forse quella dal maggior impatto emotivo. La storia e la fama della famiglia spagnola è ben nota a tutti (specie per quelli che hanno seguito l'estremamente romanzata serie tv) incentrata sulla corruzione, la lussuria, la fame di potere e l'orgoglio. Tutto questo si ritrova nel personaggio di Lucrezia, mitigato tuttavia dal sentimento materno e dall'amore incondizionato che nutre per il figlio, ben reso dal soprano trevigiano Francesca Dotto al suo debutto. Un po' fuori luogo sembrava il tenore Paolo Fanale, nel ruolo del figlio Gennaro, che pur dotato di un'ottima tecnica in scena sembrava spaesato nel ruolo di giovane irruento e passionale.

Certamente la regia di Giulio Ciabatti non ha aiutato la resa del dramma: la scenografica estremamente minimale, invece di esser controbilanciata da un ricco scambio gestuale e da un'azione concitata, creava quasi dei fermo-immagine con i cantanti e il coro, immobili al loro posto, quasi come un quadro rinascimentale. L'ottima conduzione del maestro Tiziano Severini, fiera ed appassionata, certe volte così dirompente da coprire il coro, avrebbe richiesto un' azione drammatica più consistente, in grado di rappresentare al meglio la passione e il lutto dell'opera.

Nota di plauso per il mezzosoprano Teresa Iervolino, anche lei al suo debutto, nel difficile ruolo di Maffio Orsini, che oltre all'ottima esecuzione è riuscita a rendere bene la tensione emotiva fra il suo personaggio e Gennaro.

Tommaso Rocchi

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