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Machete Crew @ Gran Teatro Geox, 7 Dicembre 2014
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Martedì 16 Dicembre 2014 10:02

Prima volta al Gran Teatro Geox per la Machete Crew (collettivo hip hop che comprende i rapper Salmo, Nitro, En?gma, El Raton, Jack the Smoker e Dj Slait. Puntualizzo, per chi è caduto sulla terra l'altro ieri), io invece li rivedo per la terza volta, curiosa di capire come se la cavano al di fuori dei festival estiviNel frattempo sono diventanti “grandi”, hanno fondato l’etichetta indipendente Machete Empire Records e deciso di portare in tour il “Machete Mixtape Vol. III” ultima fatica discografica del collettivo, piazzata su iTunes come se fosse una bomba.

Arrivo per le 20:00, per ritirare il mio bel accredito; ai cancelli una fila lunghissima, che inizia praticamente dallo sportello della mia auto. Poco male, è un attimo e mi ritrovo nel video di “Machetero” di En?gma, avete presente? Ragazzini in ogni dove, vestiti come Salmo, con il logo Machete ben in vista, sembrano far parte di un’unica gigantesca gang. Età media bassissima, all’ingresso addirittura ghettizzano i maggiorenni, riconoscibili dal braccialettino al polso (che dona il superpotere di ordinare da bere al bar). In breve il Geox si riempie e diventa un mare di snapback e cappucci, perché ricordiamoci che LO SWAG viene prima di tutto! Improvvisamente mi sento troppo punk rock per un concerto rap, ma prendo posto comunque tra le prime file (in seguito scoprirò che sui palchetti dietro di me sedevano i genitori di Nitro, taaaac. Quindi ero nella zona giusta, quella degli “adulti”).

Verso le 21:30 si presenta sul palco Rasty Kilo, new entry per la Machete, nuova conoscenza pure per me, che lo vedo per la prima volta. Mi sfugge qualcosa, sicuramente, perché tutti conoscono le parole di pezzi tipo “Molotov” “Death Race” e “Figli dell'Odio”, quindi Rasty Kilo si dimostra la scelta giusta per aprire il concerto, rimanendo comunque un personaggio X. Bah.

Subito dopo compare Jack the Smoker, beatmaker/freestyler che ha collaborato praticamente con tutta la scena milanese e che io dovrei conoscere perché faccio parte della sua generazione. Che dire, è una mia mancanza.

Tadadaaan arriva El Raton e i set iniziano ad allungarsi, Manuelito sta con la Machete fin dagli inizi, si sente, se il concerto fosse una conversazione, il suo ingresso indicherebbe un’alzata di tono. Ogni volta che lo vedo mi da l’impressione di migliorare, rimanendo fedele a se stesso, forse perché è stilisticamente definito, riconoscibile. Daje Manuelito, daje. Pezzoni come “Paper Street” e “Gangja Boat” (senza Nitro, dov’è Nitro? Vogliamo Nitro! *chi ce l’ha, si accende una canna*) iniziano a riscaldare la platea, che si accalca verso le transenne e accoglie En?gma con entusiasmo. La gente rizza le orecchie, i pugni in aria, dopo di lui arrivano i fuochi d’artificio (in senso metaforico!). Ad En?gma va il merito di avermi fatto rivalutare “Antieroi”, primo singolo estratto dal nuovo Mixtape, pezzo che avevo giudicato troppo commerciale… ssse, prima di sentirlo dal vivo però!

Nitro che la fa da padrone, osannato come non mai, perché è di casa e il pubblico ci tiene a ricordarglielo. Ho un debole per la sua voce e per i suoi testi: “Danger” “Phil the Paine” “Back Again”, “We takin’ it back” sono solo alcuni dei successi (si può dire?) di cui i suoi quasi coetanei che mi stanno attorno sanno ogni parola. Essere del ’93 e già profeta in patria, bravetto. Tutto merito di Mtv Spit!

Dai, si sono accorti tutti che sto aspettando Salmo, per la centesima volta. L'uomo che è la mia crush n.1 dal 2011, quello con i trascorsi hardcore, ricoperto di tatuaggi, che cantava portando una maschera a forma di teschio. La maschera non c'è più, per fortuna “Street Drive-In” si, in mezzo a canzoni nuove, tipo “Russell Crowe” “S.A.L.M.O.” “Killer Game” “Death U.S.B.” “Venice Beach”. Si concede anche uno stage diving, come sempre, già, sopra la mia testa! Evidentemente vedendomi in disparte ha pensato che era il momento di farmi entrare nell’occhio del ciclone, grazie Mauri!

Manca il gran finale, tutti insieme sul palco. Ognuno ha un modo diverso di stare in scena, che nel momento di pezzi come “King’s Supreme” o “The Island”, “Cruditè” e “Non Sopporto” degenera in abbraccioni collettivi e strizzate d’occhio, bicchieri di cocktail e bottiglie nella mano sinistra. “Non sopporto il tuo dio perché non sono io” ecco, ditelo ad una folla di sedicenni e vi adoreranno per sempre, facile chiudere un concerto con il botto!

Alla fine di tutto si capisce che sono affezionata alla Machete perché sono il Truceklan di questo decennio, E PER FORTUNA! L’ho detto, perdonatemi se potete. Esco magicamente illesa dal concerto, quasi mezzanotte e tanta nostalgia di “The Island Chainsaw Massacre”, ma giusto per citare di nuovo “Non Sopporto”: “Sai cos'è successo? Alla fine siamo cresciuti”. 

Vi lascio con la frase della serata “E a Dj Slait, che si è fatto due ore di set in piedi, manco uno sgabello!”

Elena Donatello

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Mannarino @ Gran Teatro Geox, 6 dicembre 2014
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Mercoledì 10 Dicembre 2014 16:51

Una magica atmosfera che ha saputo catturare gli spettatori e trasportarli in un mondo parallelo: tutto il teatro Geox di Padova ha partecipato con anima e corpo al concerto di Alessandro Mannarino, il 6 dicembre. Il cantautore romano, arrivato a Padova per concludere il suo tour dedicato all’ultimo album Al monte, ha coinvolto una platea di tutte le età. Dai ragazzi che dopo i primi brani si sono alzati per andare a ballare sotto il palco alle famiglie con bambini, nessuno è rimasto immune dalla graffiante voce di Mannarino e dalle sue canzoni.

Una scenografia affascinante, quasi alla Tim Burton, con colori molto intensi, ha accompagnato tutta la performance, ipnotizzando e trasportando gli spettatori in un’atmosfera tetra ma non spaventosa: musica e teatralità si sono mescolate assieme per regalare al pubblico quasi tre ore di spettacolo, fermate solo da un inaspettato intervallo.

 

Il concerto è stato diviso in due parti, una più melodica e l’altra più “scatenata” e danzante. Mannarino ha saputo raccontare temi profondi ed importanti, quali la religione, il carcere, il senso della vita, con un'eleganza che solo un poeta ha. Unica pecca, forse, sono stati i posti a sedere all'interno del teatro, che hanno vincolato un po' la seconda parte dello spettacolo; d’altra parte, è difficile gustarsi un concerto di Mannarino da seduti.

Classe 1979, Alessandro Mannarino comincia a esibirsi nel 2001, compiuti da poco i vent’anni. Dopo le prime esperienze con la band Kampina, da lui stesso fondata, decide di intraprendere la carriera solista, arrivando nel 2009 a pubblicare il suo primo album Bar della Rabbia. Il successo delle prime canzoni lo porta addirittura a Sanremo. Il secondo lavoro, Supersantos del 2011, unisce musica e teatro in un’espressione artistica del tutto particolare, confermata poi in Al Monte, uscito sul mercato ad aprile 2014.

I pezzi di Mannarino narrano di un’umanità persa, imprigionata in un carcere fisico o dentro se stessa, ma contemporaneamente sono un’inno alla vita. La stessa esistenza che condanna riesce anche a salvare, e l’unica speranza per uscire dall’isolamento è rendersi conto che si è vivi, che il mondo ha ancora tanto da offrire e che c’è un motivo per reagire.

Mannarino, come prima di lui aveva fatto Fabrizio de Andrè, canta “gli ultimi” dimenticati dalla società. Di diverso, però, i due cantautori hanno l’origine: mentre il genovese de Andrè lascia emergere la caratteristica parlata solo in Creuza de Ma, Mannarino fa sapientemente del “romanaccio” una sua cifra stilistica. Anche il pubblico veneto, in un canto gridato e appassionato, si è cimentato fra i diversi dialetti, passando da La strega e il diamante a Bar della Rabbia. Mannarino ha anche dei tratti simili a Vinicio Capossela, a cui viene spesso accostato: le atmosfere, le musiche e la stessa voce graffiante ricordano il musicista dell’Irpinia, senza però risultare troppo simili. Si dice che il vero artista riesca a ispirarsi senza copiare: in questo, Alessandro Mannarino riesce particolarmente bene, mettendo nella musica una particolarissima firma che rende inconfondibile ogni suo pezzo.

Brano dopo brano il cantante presenta il suo nuovo album, ma non dimentica i suoi vecchi pezzi, emozionando con Me so ‘mbriacato, Maddalena e una versione più calma di Mary Lou. Ad accompagnare lo spettacolo è stata la bellissima voce della corista Simona Sciacca, che ha catturato l’attenzione anche con le sue sinuose movenze. Molte sono state le interazioni e le occasioni di dialogo con gli spettatori. Alla fine, il cantautore ha ringraziato il pubblico padovano: «Per noi venire nel Nord-Est è sempre difficile, ma stasera ci siamo sentiti a casa».

Chiara Gagliardi e Federica Durante

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Calibro 35 @ Studio 2, 20 novembre 2014
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Sabato 22 Novembre 2014 11:15

Giovedì sera, un po’ fresco e un po’ umido, e un concerto che ero curioso di vedere: i Calibro 35 sono un gruppo che almeno una volta bisogna sentire, se non altro per capire per davvero cosa intendono con ”instrumental crime funk project”, come recita la descrizione sulla loro pagina facebook

Mi accoglie il salottino particolare dello Studio 2, i Margareth che suonano, e lo sfondo a trama-anni-70 mi sembra quanto mai adatto per il suono che uscirà dalle casse durante la serata. Arrivo verso le 22, quando il gruppo di apertura ci sta già dando dentro e penso che tutto sommato ci sta, e che loro mi piacciono pure. Cerco di evitare il solito fastidioso “sono qui solo per gli headliner”, mi metto da bravo ad ascoltare e trovo un suono che mi sembra pensieroso ed esploratore, anche se non ha molto a che vedere col funky molto ritmato che arriverà dopo.

 

Un concerto di musica strumentale è sempre particolare: forse siamo troppo abituati, a un certo punto di una canzone, a sentire una voce, come se cercassimo per forsa qualcosa di umanizzante all’interno di un fiume di note. Da quando cominciano a suonare i Calibro di voci se ne sentono poche, se decidiamo che corde, tasti e bacchette non abbiano facoltà di parola. Onestamente non se ne sente molto la mancanza: il suono arriva forte, diretto e voluminoso, non c’è tempo per infilarci degli endecasillabi. Poi ogni tanto Enrico Gabrielli si trasforma in front man vero e proprio, e incontra i favori della piazza specie quando spiega che conosce il dialetto veneto; non trascrivo cosa dice, vi lascio col gusto del proibito.

Vi racconto già la fine, poi come ci siamo arrivati: un’ora e mezza circa di musica non stop, un mix di riff orecchiabili, una ritmica come-si-deve e note messe al posto giusto esaltano il pubblico dello Studio 2, facendo breccia nei cuori sia dei musicisti (“hai visto come suonano questi?”) che di quelli che neanche sanno come si accorda una chitarra (“vorrei tantissimo saper suonare il sax!”).

Il palco sembra paradossalmente larghissimo, o forse ero io molto vicino, fatto sta che non si sa bene dove guardare, quindi mi concedo un po’ di sguardi esplorativi ma mi lascio anche trascinare dal ritmo che mi arriva dritto sulla pancia, sintomo evidente che la combo basso-batteria sta facendo il suo sporco lavoro maledettamente bene.

I due responsabili della struttura portante dei pezzi sono Fabio Rondanini (batteria e stilosità con le bacchette) e Luca Cavina (basso e barba): sono posizionati al centro, a mò di guardiani e custodi del sacro fuoco del groove. A completare la formazione alla mia sinistra e alla mia destra ci sono, rispettivamente, Massimo Martellotta - che abbiamo intervistato prima del concerto - con ha una chitarra fighissima, e il già citato Enrico Gabrielli, che oltre ai siparietti suona tastiere, sax e flauto traverso, più alcune parti vocali.

Confermo che il mio pezzo preferito è Convergere in Giambellino - quello che fa “bom bom bom ba bom” - col riff vocale cantato dal pubblico (e torniamo al discorso di prima), ma lo dico solo perché a un certo punto bisogna sbilanciarsi: difficile davvero trovare una parte noiosa in questo live, che ha avuto anche il pregio di durare il giusto; forse addirittura ci stava una canzone in meno, per lasciarci quel gusto del “ne voglio ancora”, ma non son cose da scrivere in una recensione.

 

Pietro Osti

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Beatles Submarine @ Arti Inferiori, 6 novembre 2014
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Martedì 18 Novembre 2014 10:22

Al via dal 6 novembre al teatro MPX di Padova la rassegna Arti Inferiori che porterà nella nostra città spettacoli di caratura internazionale. La serata di apertura è stata affidata da quelle simpatiche canaglie della Banda Osiris con la partecipazione di Neri Marcorè, che hanno portato in scena il loro personalissimo omaggio ai Beatles con il divertente Beatles Submarine.

Il sipario è aperto e, seduti sulle comode poltrone fremiamo per vedere quegli strumenti appoggiati con cura prendere vita e trasformarsi, come abbiamo visto fare ormai molte volte durante gli spettacoli della Banda Osiris. La narrazione parte da molto lontano, addirittura dal primo libro dei Genesis, nel quale si narra di un Dio (Marcorè) approssimativo e cantante intento a plasmare gli animali del creato, riservando un’attenzione particolare agli scarafaggi, suoi eletti. Purtroppo a causa di un piccolo diverbio con i conigli i piccoli insetti finiscono nel oblio, destinati ad essere disprezzati da tutti per l’eternità. Gli scarafaggi dovranno aspettare fino ai mitici 60’s per risorgere dalle ceneri e contagiare, con il loro entusiasmo, tutto il mondo. Questi sono una differente mutazione delle comuni blatte che, ahimè, noi poveri universitari capita di incontrare nei bagni dalla stazione. E’ il 1957, sono nati “Gli scarafaggi con la a”: i Beatles.

La simpatica similitudine per descrivere la formazione dei Fab-Four è solo un esempio di come “Beatles Submarine” non sia un vero e proprio spettacolo biografico (come ci ha raccontato Carlo Macrì, basso tuba della band), bensì un omaggio divertente ed irriverente di un gruppo di artisti ad una delle band con il più alto numero di groupie nella storia della musica mondiale. Molto belli gli espedienti che la Banda, insieme a Marcorè, ha trovato per introdurre e raccontare i gli episodi della vita dei Beatles che hanno portato alla composizione dei loro grandi successi. Memorabile l’attore marchigiano nell’interpretazione della favola di cappuccetto nero di Benni utilizzata per presentare un singolo della band. Altra nota positiva dello spettacolo quella di non avere due parti divise , tra recitazione (Marcorè) e musica (Osiris), ma una contaminazione di arti che portano l’attore a cantare e i musicisti a recitare.

L’unico aspetto che ho trovato personalmente negativo è quello di aver costruito uno spettacolo un po' troppo caotico e apparentemente confusionario da risultare in alcuni tratti piuttosto ripetitivo. A parte questo, lo show è stato una vera manna per gli amanti dei mitici Fab Four che hanno potuto riascoltare, riarrangiate e reinterpretate, le loro canzoni preferite Divertente passatempo, invece, per i meno estremisti alla beatlemania.

All’uscita i pareri sono stati tutti positivi anche se con gradi  differenti di entusiasmo: si va dal convinto 30 e lode al gelido “Carino ma non imperdibile”. Noi siamo usciti dal teatro con il sorriso sulle labbra e con una voglia sfrenata di rispolverare i vecchi vinili del nonno e riscoprire non un gruppo, ma una e vera e propria cultura 

 

Massimo Corona

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Lo Stato Sociale @ Gran Teatro Geox, 5 novembre 2014
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Mercoledì 12 Novembre 2014 14:42

Premessa necessaria: ho passato gli ultimi sei mesi ascoltando ossessivamente Lo Stato Sociale, e piangendomi addosso perché non sono andata al concerto di giugno allo Sherwood. Il fatto di riuscire (finalmente!) a sentirli dal vivo mi ha reso molto più adolescente esaltata di quanto lo sia in realtà. 

Arrivo al Geox che i Magellano stanno già suonando, ma non faccio molto caso a loro perché devo riprendermi un attimo dalla sorpresa: la sala è mezza vuota anche se siamo nel Geoxino, l'ingresso del teatro, che non si può proprio definire spazioso. Vado a dare un'occhiata al banchetto delle magliette, mentre i Magellano cercano di scaldare il pubblico all'urlo di "Miley Cyrus, vaffanculo".

Alle 22 annunciano che hanno finito e lasciano libero il palco, che ha uno splendido fondale con tante orecchie d'asino e sembra colorato con le tempere. Intanto partono un paio di canzoni dell'Officina della Camomilla per ingannare l'attesa e il posto si riempie sul serio. Io e i miei due compari abbiamo la pessima idea di andare avanti fino alle transenne, trovandoci molto laterali e fuori dalla folla.

I ragazzi escono poco dopo, attaccando subito con La rivoluzione non passerà in tv seguita da Piccoli incendiari crescono. Poche parole, abbastanza ingessati e concentrati sugli strumenti. Io sono emozionatissima e passo i primi minuti con gli occhi a cuoricino cantando a squarciagola, anche se non vedo Lodo e non sono immersa nel pubblico. Con mio sommo disappunto non fanno il balletto durante Quello che le donne dicono, anche se al verso "cosa vuoi che sia, sono andata al DAMS" mi sento chiamata in causa e li perdono.

All'inizio di Senza macchine che vadano a fuoco la chitarra comincia a fischiare, Lodo si scusa dicendo di essere un problema tecnico che cammina, dietro di lui qualcuno dà la colpa all'aerofagia. E così si sbloccano, cominciano le battute (soprattutto sul sindaco), scendono dal palco, si scambiano i microfoni, parlano col pubblico, e io comincio a chiedermi perché mi sono inventata di andar davanti.

Dopo una scenetta molto romantica, in cui si fanno la proposta di matrimonio a vicenda e ci invitano a fare lo stesso con i nostri vicini, parte Amore ai tempi dell'Ikea completamente riarrangiata, ma a quanto pare i padovani non sono molto reattivi e fanno un sacco di casino con i cori. Io cerco di non irritarmi troppo per questo scempio, mi sposto verso il centro della sala grazie al pogo pesante di C'eravamo tanto sbagliati, canto, ballo e ho ancora gli occhi a cuoricino.

Non può mancare un po' di trash, che si concretizza nella app Wham City Lights, con cui i cellulari si sincronizzano con la musica e fanno lucine colorate. La canzone scelta per l'esperimento è giustamente Instant classic, che parla di selfie, e mi porterò per sempre il ricordo di Albi, non si sa bene se ammirato o scettico o tutt'e due insieme, che dice: "È quasi bello!".

E poi Questo è un grande paese con ballo di gruppo e bandiera italiana, apprezzata anche da chi ha sempre odiato quella canzone, e un bis pazzesco fatto da Abbiamo vinto la guerra, Io te e Carlo Marx ("questa è la canzone più triste che abbia mai scritto") e Cromosomi, accompagnata da svariati spari di coriandoli e cori da stadio per l'ormai classico "va bene lo ammetto, odio il capitalismo", che chiude due ore di concerto bello pieno.

Tre canzoni in particolare sono degne di nota: Il sulografo e la principessa ballerina, erede di Ladro di cuori col bruco, un testo quasi parlato, molto più velocemente della versione del disco, bellissimo e ipnotizzante, con un tappeto sonoro incredibile. Te per canzone una scritta ho, la vera ballata romantica cantata e suonata da Lodo mentre il resto del gruppo gli mangia le patatine di fianco, gli fa la barba, gli soffia le bolle di sapone in faccia e alla fine se lo porta via con un sacco; il rischio di accendini è scongiurato e il prezzo del biglietto ripagato. Ma soprattutto Linea 30, il monologo sull'attentato alla stazione di Bologna che chiude il loro ultimo disco, è davvero speciale, a partire dall'emozione di Bebo, che riesce a sbagliare il testo, fino alla chiusa modificata per l'occasione: "In verità, chiunque passi per la stazione fa ancora quel percorso. Anche voi, quando passate per la stazione di Bologna fate quel percorso". Magari hanno fatto meno discorsi politici del solito, ma forse hanno toccato un po' di più i cuori, il mio di sicuro.

Luisa Bellomo

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