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Calibro 35 @ Studio 2, 20 novembre 2014
Reportage - Reportage Italiani
Sabato 22 Novembre 2014 11:15

Giovedì sera, un po’ fresco e un po’ umido, e un concerto che ero curioso di vedere: i Calibro 35 sono un gruppo che almeno una volta bisogna sentire, se non altro per capire per davvero cosa intendono con ”instrumental crime funk project”, come recita la descrizione sulla loro pagina facebook

Mi accoglie il salottino particolare dello Studio 2, i Margareth che suonano, e lo sfondo a trama-anni-70 mi sembra quanto mai adatto per il suono che uscirà dalle casse durante la serata. Arrivo verso le 22, quando il gruppo di apertura ci sta già dando dentro e penso che tutto sommato ci sta, e che loro mi piacciono pure. Cerco di evitare il solito fastidioso “sono qui solo per gli headliner”, mi metto da bravo ad ascoltare e trovo un suono che mi sembra pensieroso ed esploratore, anche se non ha molto a che vedere col funky molto ritmato che arriverà dopo.

 

Un concerto di musica strumentale è sempre particolare: forse siamo troppo abituati, a un certo punto di una canzone, a sentire una voce, come se cercassimo per forsa qualcosa di umanizzante all’interno di un fiume di note. Da quando cominciano a suonare i Calibro di voci se ne sentono poche, se decidiamo che corde, tasti e bacchette non abbiano facoltà di parola. Onestamente non se ne sente molto la mancanza: il suono arriva forte, diretto e voluminoso, non c’è tempo per infilarci degli endecasillabi. Poi ogni tanto Enrico Gabrielli si trasforma in front man vero e proprio, e incontra i favori della piazza specie quando spiega che conosce il dialetto veneto; non trascrivo cosa dice, vi lascio col gusto del proibito.

Vi racconto già la fine, poi come ci siamo arrivati: un’ora e mezza circa di musica non stop, un mix di riff orecchiabili, una ritmica come-si-deve e note messe al posto giusto esaltano il pubblico dello Studio 2, facendo breccia nei cuori sia dei musicisti (“hai visto come suonano questi?”) che di quelli che neanche sanno come si accorda una chitarra (“vorrei tantissimo saper suonare il sax!”).

Il palco sembra paradossalmente larghissimo, o forse ero io molto vicino, fatto sta che non si sa bene dove guardare, quindi mi concedo un po’ di sguardi esplorativi ma mi lascio anche trascinare dal ritmo che mi arriva dritto sulla pancia, sintomo evidente che la combo basso-batteria sta facendo il suo sporco lavoro maledettamente bene.

I due responsabili della struttura portante dei pezzi sono Fabio Rondanini (batteria e stilosità con le bacchette) e Luca Cavina (basso e barba): sono posizionati al centro, a mò di guardiani e custodi del sacro fuoco del groove. A completare la formazione alla mia sinistra e alla mia destra ci sono, rispettivamente, Massimo Martellotta - che abbiamo intervistato prima del concerto - con ha una chitarra fighissima, e il già citato Enrico Gabrielli, che oltre ai siparietti suona tastiere, sax e flauto traverso, più alcune parti vocali.

Confermo che il mio pezzo preferito è Convergere in Giambellino - quello che fa “bom bom bom ba bom” - col riff vocale cantato dal pubblico (e torniamo al discorso di prima), ma lo dico solo perché a un certo punto bisogna sbilanciarsi: difficile davvero trovare una parte noiosa in questo live, che ha avuto anche il pregio di durare il giusto; forse addirittura ci stava una canzone in meno, per lasciarci quel gusto del “ne voglio ancora”, ma non son cose da scrivere in una recensione.

 

Pietro Osti

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Beatles Submarine @ Arti Inferiori, 6 novembre 2014
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Martedì 18 Novembre 2014 10:22

Al via dal 6 novembre al teatro MPX di Padova la rassegna Arti Inferiori che porterà nella nostra città spettacoli di caratura internazionale. La serata di apertura è stata affidata da quelle simpatiche canaglie della Banda Osiris con la partecipazione di Neri Marcorè, che hanno portato in scena il loro personalissimo omaggio ai Beatles con il divertente Beatles Submarine.

Il sipario è aperto e, seduti sulle comode poltrone fremiamo per vedere quegli strumenti appoggiati con cura prendere vita e trasformarsi, come abbiamo visto fare ormai molte volte durante gli spettacoli della Banda Osiris. La narrazione parte da molto lontano, addirittura dal primo libro dei Genesis, nel quale si narra di un Dio (Marcorè) approssimativo e cantante intento a plasmare gli animali del creato, riservando un’attenzione particolare agli scarafaggi, suoi eletti. Purtroppo a causa di un piccolo diverbio con i conigli i piccoli insetti finiscono nel oblio, destinati ad essere disprezzati da tutti per l’eternità. Gli scarafaggi dovranno aspettare fino ai mitici 60’s per risorgere dalle ceneri e contagiare, con il loro entusiasmo, tutto il mondo. Questi sono una differente mutazione delle comuni blatte che, ahimè, noi poveri universitari capita di incontrare nei bagni dalla stazione. E’ il 1957, sono nati “Gli scarafaggi con la a”: i Beatles.

La simpatica similitudine per descrivere la formazione dei Fab-Four è solo un esempio di come “Beatles Submarine” non sia un vero e proprio spettacolo biografico (come ci ha raccontato Carlo Macrì, basso tuba della band), bensì un omaggio divertente ed irriverente di un gruppo di artisti ad una delle band con il più alto numero di groupie nella storia della musica mondiale. Molto belli gli espedienti che la Banda, insieme a Marcorè, ha trovato per introdurre e raccontare i gli episodi della vita dei Beatles che hanno portato alla composizione dei loro grandi successi. Memorabile l’attore marchigiano nell’interpretazione della favola di cappuccetto nero di Benni utilizzata per presentare un singolo della band. Altra nota positiva dello spettacolo quella di non avere due parti divise , tra recitazione (Marcorè) e musica (Osiris), ma una contaminazione di arti che portano l’attore a cantare e i musicisti a recitare.

L’unico aspetto che ho trovato personalmente negativo è quello di aver costruito uno spettacolo un po' troppo caotico e apparentemente confusionario da risultare in alcuni tratti piuttosto ripetitivo. A parte questo, lo show è stato una vera manna per gli amanti dei mitici Fab Four che hanno potuto riascoltare, riarrangiate e reinterpretate, le loro canzoni preferite Divertente passatempo, invece, per i meno estremisti alla beatlemania.

All’uscita i pareri sono stati tutti positivi anche se con gradi  differenti di entusiasmo: si va dal convinto 30 e lode al gelido “Carino ma non imperdibile”. Noi siamo usciti dal teatro con il sorriso sulle labbra e con una voglia sfrenata di rispolverare i vecchi vinili del nonno e riscoprire non un gruppo, ma una e vera e propria cultura 

 

Massimo Corona

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Lo Stato Sociale @ Gran Teatro Geox, 5 novembre 2014
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Mercoledì 12 Novembre 2014 14:42

Premessa necessaria: ho passato gli ultimi sei mesi ascoltando ossessivamente Lo Stato Sociale, e piangendomi addosso perché non sono andata al concerto di giugno allo Sherwood. Il fatto di riuscire (finalmente!) a sentirli dal vivo mi ha reso molto più adolescente esaltata di quanto lo sia in realtà. 

Arrivo al Geox che i Magellano stanno già suonando, ma non faccio molto caso a loro perché devo riprendermi un attimo dalla sorpresa: la sala è mezza vuota anche se siamo nel Geoxino, l'ingresso del teatro, che non si può proprio definire spazioso. Vado a dare un'occhiata al banchetto delle magliette, mentre i Magellano cercano di scaldare il pubblico all'urlo di "Miley Cyrus, vaffanculo".

Alle 22 annunciano che hanno finito e lasciano libero il palco, che ha uno splendido fondale con tante orecchie d'asino e sembra colorato con le tempere. Intanto partono un paio di canzoni dell'Officina della Camomilla per ingannare l'attesa e il posto si riempie sul serio. Io e i miei due compari abbiamo la pessima idea di andare avanti fino alle transenne, trovandoci molto laterali e fuori dalla folla.

I ragazzi escono poco dopo, attaccando subito con La rivoluzione non passerà in tv seguita da Piccoli incendiari crescono. Poche parole, abbastanza ingessati e concentrati sugli strumenti. Io sono emozionatissima e passo i primi minuti con gli occhi a cuoricino cantando a squarciagola, anche se non vedo Lodo e non sono immersa nel pubblico. Con mio sommo disappunto non fanno il balletto durante Quello che le donne dicono, anche se al verso "cosa vuoi che sia, sono andata al DAMS" mi sento chiamata in causa e li perdono.

All'inizio di Senza macchine che vadano a fuoco la chitarra comincia a fischiare, Lodo si scusa dicendo di essere un problema tecnico che cammina, dietro di lui qualcuno dà la colpa all'aerofagia. E così si sbloccano, cominciano le battute (soprattutto sul sindaco), scendono dal palco, si scambiano i microfoni, parlano col pubblico, e io comincio a chiedermi perché mi sono inventata di andar davanti.

Dopo una scenetta molto romantica, in cui si fanno la proposta di matrimonio a vicenda e ci invitano a fare lo stesso con i nostri vicini, parte Amore ai tempi dell'Ikea completamente riarrangiata, ma a quanto pare i padovani non sono molto reattivi e fanno un sacco di casino con i cori. Io cerco di non irritarmi troppo per questo scempio, mi sposto verso il centro della sala grazie al pogo pesante di C'eravamo tanto sbagliati, canto, ballo e ho ancora gli occhi a cuoricino.

Non può mancare un po' di trash, che si concretizza nella app Wham City Lights, con cui i cellulari si sincronizzano con la musica e fanno lucine colorate. La canzone scelta per l'esperimento è giustamente Instant classic, che parla di selfie, e mi porterò per sempre il ricordo di Albi, non si sa bene se ammirato o scettico o tutt'e due insieme, che dice: "È quasi bello!".

E poi Questo è un grande paese con ballo di gruppo e bandiera italiana, apprezzata anche da chi ha sempre odiato quella canzone, e un bis pazzesco fatto da Abbiamo vinto la guerra, Io te e Carlo Marx ("questa è la canzone più triste che abbia mai scritto") e Cromosomi, accompagnata da svariati spari di coriandoli e cori da stadio per l'ormai classico "va bene lo ammetto, odio il capitalismo", che chiude due ore di concerto bello pieno.

Tre canzoni in particolare sono degne di nota: Il sulografo e la principessa ballerina, erede di Ladro di cuori col bruco, un testo quasi parlato, molto più velocemente della versione del disco, bellissimo e ipnotizzante, con un tappeto sonoro incredibile. Te per canzone una scritta ho, la vera ballata romantica cantata e suonata da Lodo mentre il resto del gruppo gli mangia le patatine di fianco, gli fa la barba, gli soffia le bolle di sapone in faccia e alla fine se lo porta via con un sacco; il rischio di accendini è scongiurato e il prezzo del biglietto ripagato. Ma soprattutto Linea 30, il monologo sull'attentato alla stazione di Bologna che chiude il loro ultimo disco, è davvero speciale, a partire dall'emozione di Bebo, che riesce a sbagliare il testo, fino alla chiusa modificata per l'occasione: "In verità, chiunque passi per la stazione fa ancora quel percorso. Anche voi, quando passate per la stazione di Bologna fate quel percorso". Magari hanno fatto meno discorsi politici del solito, ma forse hanno toccato un po' di più i cuori, il mio di sicuro.

Luisa Bellomo

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Giovanni Lindo Ferretti @ Macello, 24 maggio 2014
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Martedì 27 Maggio 2014 09:31

Altro giro, altra corsa: è la volta di un attesissimo, trionfante ritorno. Sul palco del Macello, “a cuor contento” - come recita il titolo di uno dei suoi più recenti lavori discografici - Giovanni Lindo Ferretti.

L'eclettico e discusso artista torna ancora una volta a far sognare Padova, che raccoglie entusiasta l'invito. In una splendida serata che preannuncia la calura dell'imminente estate 2014, Ferretti non risparmia chicche da intenditori, miscelando sapientemente brani del suo repertorio da solista ai più storici e “confortanti” brani del passato.

Un uomo che spicca per fascino, carisma, presenza scenica, voce. Mille e più sensazioni diverse, che si fondono con il calare della sera e l'aria circostante, di colpo rarefatta e surreale. Sono oramai storia gli indimenticati e fertili trascorsi con Massimo Zamboni, così come con i membri che andranno a comporre, anni dopo, i Litfiba.

E' on stage il Ferretti camaleontico, capace di passare dalle tenebre di testi un po' ostici al tonante ritmo dei suoi brani più scanzonati. In più momenti, durante il concerto, emerge la sua vena filosofica e pensosa (è nota la sua fascinazione per il Pensiero dell'Islam e per quello cinese) che trasporta altrove, trascinando l'orecchio e la mente in una dimensione altra, lontana, evanescente. Aliena.

La cornice del Macello si presta a meraviglia per impreziosire un'esibizione calda, intensa, evocatrice di mille mondi diversi... tutti riuniti in un unico uomo, non esente da mille controversie politiche e personali. Al suo fianco, i fedeli e pimpanti Ezio Bonicelli (violino) e Luca A. Rossi (chitarra elettrica).

Storico membro e padre fondatore dei CCCP Fedeli alla linea, poi reinventati e riuniti sotto il nome di CSI Consorzio Suonatori Indipendenti in seguito al crollo dell'URSS, e infine PGR Per Grazia Ricevuta, Ferretti è fautore di un irridente punk “emiliano, filosofico e filosovietico”. Il tempo è quello maturo, sin dal 2002, per un'audace svolta solista: celebre, forse incontrastato esponente del punk italiano anni '80, Ferretti si riconferma ancora una volta cantante e paroliere sopraffino. 

Si inizia in sordina, con una voce un po' sussurrata e melanconica (“Canto eroico”, “Tu menti”), per poi strizzare l'occhio al pubblico con “Amandoti” – hit-diamante portata al grande pubblico da Gianna Nannini – e proseguire con “Tomorrow”, nota ai più per la versione cantata da Amanda Lear. Grazie al manifesto punk “Mi ami?” il pubblico canta a gran voce, per poi scatenarsi letteralmente sulle note di quell'indimenticabile “Emilia Paranoica” che decretò il successo dei CCCP.  

Un breve intermezzo e si riprende. Il sound è corposo e sfrontato, buffo in “Oh, battagliero!”, urlato in “Per me lo so”, orientaleggiante in “Radio Kabul”, cinico e cupo in “Barbaro” (“banche! banche! banche! banche!”). Preziosa, melanconica, emozionante e diamantina spicca un'altra hit: “Annarella”. “Per me lo so” e scatta il pogo tra la folla rapita.

Un successo di pubblico che applaude, rivive, si emoziona dopo aver tanto atteso. “Maledizioni, invocazioni, preghiere... (…) solo una terapia, solo una terapia, solo una terapia” che Ferretti regala al pubblico, lasciandosi scappare qualche sorriso mentre fuma una sigaretta sul palco, indietreggia, avanza, si guarda le scarpe e canta meditabondo con una mano in tasca.

Angela Ranucci

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Antonio Faraò American Quartet, 16 novembre 2013
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Mercoledì 20 Novembre 2013 10:33

Il Jazz. Un sound caldo e coinvolgente che dopo aver attraversato l'oceano, arriva e si riversa tra le vie di una delle città universitarie per eccellenza: Padova. Queste note si diffondono grazie ad un impostante festival, il Padova Jazz Festival, che quest'anno è arrivato con successo alla XVI edizione. Il Jazz non è più solo un tipo di musica o uno stile di vita, è diventato un modo di pensare e di esprimersi, anche oltre la musica, che vuole raggiungere un pubblico di esperti e aspiranti tali attenti, curiosi e avidi di conoscere.

Le location scelte per questi momenti di comunicazione e crescita sono rappresentativi nella loro istituzionalità e storicità: l'Auditorium San Gaetano e il Teatro Verdi. É proprio il principale teatro padovano ad ospitare nella serata conclusiva del 16 novembre l'American Quartet guidato da Antonio Faraò che si è avvalso della collaborazione di musicisti di grande spessore come Joe Lovano, Ira Coleman e Billy Hart.

Evan è il disco frutto di un progetto internazionale, non solo per le nazionalità dei musicisti, ma anche per la produzione del cd che è stato registrato negli Stati Uniti con una collaborazione discografica italo-francese. Sipario aperto. Una batteria. Un pianoforte a coda. Un fondale arancione. Ecco il quadro che accoglie gli spettatori ansiosi di prender posto sulle rosse poltrone per ascoltare le note dell'American Quartet.

E i musicisti non si fanno attendere a lungo. Per primo Antonio Faraò si dirige verso il pianoforte, seguito da Billy Hart che prende in mano le sue bacchette e si siede dietro a tamburi e piatti. Ira Coleman entra portando con se il suo contrabbasso e Joe Lovano, con bianco cappello da jazzista, fa il suo trionfale ingresso con due sassofoni, un contralto in mib e un soprano in sib che alternerà nel corso delle esecuzioni..

Le dita di Faraò accarezzano i tasti bianche e neri ad una velocità che fa concorrenza al vincitore del più famoso duello cinematografico tra pianisti, il leggendario pianista sull'oceano ispirato all'abile penna di Baricco. Le corde del contrabbasso di Coleman allietano il pubblico con il loro suono profondo e armonioso che spesso si intrecciava, supportando, le note degli altri strumenti. Hart, recente vincitore del premio come come miglior batterista dell'anno dalla JJA (Jazz Journalist Association), si è esibito in più di un assolo, ascoltato in religioso silenzio dal pubblico e dai suoi colleghi. Il preferito del pubblico, però, era Lovano. Il sassofonista, uno tra i migliori, suona con maestria e disinvoltura entrambi i saxs. La sua performance però non è continua, infatti sono numerosi i momenti in cui fa riposare polmoni e dita per ascoltare i suoi colleghi accennando qualche passo a tempo di musica.

Dopo un'ora e mezza di spettacolo per le orecchie e gli occhi, i quattro musicisti abbandonano i loro strumenti per ricevere i meritati applausi ed si dirigono dietro le quinte...ma non è la fine. Il quartetto ritorna sul palco per rendere omaggio all'Italia, o meglio alla capitale, intonando Roma non fa la stupida stasera. Le note malinconiche ma ricche di dolcezza di questa romantica serenata ammaliano il pubblico che non lesinando in applausi, fa capire la totale soddisfazione per un viaggio tra nuovo e vecchio continente reso possibile grazie alla melodia del Jazz.

Lara Ballarin

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