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Intervista ai Linea 77 per il concerto del New Age
Reportage - Reportage Italiani
Giovedì 09 Aprile 2015 15:13

I Linea 77 tornano al New Age club di Roncade (TV) per promuovere il loro nuovo album: Oh!, un lavoro legato alle proprie origini, a metà strada tra l'hardcore torinese degli anni Novanta e il nu metal, e che ha conquistato all'istante i fan più affezionati. Per questo tour, la band ha deciso di rivoluzionare le scalette dei propri concerti, concentrando lo show prevalentemente sul nuovo manteriale e tenendo alcuni dei pezzi storici come contorno.

Carlo a.k.a. Mezza della redazione musica di RadioBue.it ha colto l'occasione per incontrare la band e fargli qualche domanda sul nuovo disco e sul tour

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Genteinattesa @ Arti Inferiori, 19 marzo 2015
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Venerdì 20 Marzo 2015 12:02

Quello del pubblico che a gruppi entra in sala è un vociare allegro, vivace, pieno di saluti tra persone che si riconoscono e si ritrovano nella comune passione per il teatro. Io seguo questa corrente scomposta e mi accomodo in alto, in galleria, con una bella prospettiva sul palco. Palco che mostra già una scenografia molto essenziale: un piccolo tavolino alto in mezzo a due leggii, con una chitarra appoggiata. E già da qui si intuisce che i protagonisti saranno due voci, il loro dialogo, e la musica, tutti insieme in grado di evocare un intero mondo, quello della Genteinattesa, lo spettacolo in scena all’MPX con Giuseppe Battiston e Piero Sidoti, il primo anche regista e il secondo autore e voce delle musiche originali.

altEd è proprio dopo una canzone che il primo personaggio, interpretato da Piero, si presenta: è un uomo dall’età indefinibile, laureato in astrofisica che, negli anni in attesa (appunto!) di trovare la sua strada, ha fatto master e dottorati, per arrivare infine a barcamenarsi tra impieghi come uomo-sandwich al centro commerciale e Babbo Natale su commissione. È dovuto diventare “giovane per lavoro”. 

Nel suo peregrinare, preoccupato ma non ancora rassegnato, ha incontrato una specie di mentore, un non meglio specificato professore, che ha la voce e la presenza scenica di Giuseppe Battiston, una figura esattamente agli antipodi dello “sfigato” con la chitarra, e il contrasto si fa subito evidente. Tanto questo ha un’aria perennemente spaesata, fuori posto, sottolineata dagli abiti scuri e dalla posa sgraziata, tanto l’altro è a suo agio nel bel completo bianco, saldamente aggrappato a un accessorio che diventa anche il terzo protagonista della rappresentazione: l’aperitivo.


Il professore, infatti, ha fatto della precarietà e della superficialità uno stile di vita, e dispensa perle di questa filosofia del surfare tra gli ostacoli: “l’uomo con l’aperitivo è inattaccabile”, è l’emblema della personalità che non sa di niente e non deve fare niente, solo adeguarsi di volta in volta all’atmosfera e ai discorsi che lo circondano. Per sostenere la sua tesi scomoda addirittura la sua personale lettura di Seneca e del principio del galleggiamento di Archimede: stanno molto meglio a galla i ragionamenti poco densi, scarsi di contenuto ma pieni di parole che fanno volume.

altIl contraltare a questa cinica visione della vita sono le canzoni di Piero, che danno voce alle tante figure di eterni giovani, sempre in qualche modo fuori posto, di volta in volta delusi o ancora animati da una precaria fiducia nel futuro. Di queste contraddizioni e di questa umanità si ride amaramente, identificandosi di volta in volta nel Professore, disincantato e cinico, o nel Precario, condannato a essere sempre giovane e sempre “in attesa”.

Daria Benetazzo

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E Johnny prese il fucile @ Arti Inferiori, 13 gennaio 2015
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Giovedì 15 Gennaio 2015 00:00

Fuori dall’MPX c’è una lunga fila di persone che aspettano di entrare: stasera non si va a vedere un film ma va in scena un audiodramma, e si sentono delle vibrazioni di curiosità serpeggiare tra le persone in coda, infreddolite (ma solo un po’) e avvolte nei loro cappotti.

Non è la prima volta che vado a vedere uno di questi spettacoli, e forse ho la presunzione di sapere già cosa succederà una volta indossate le cuffie. Invece mi sbaglio: quel misto di attesa e curiosità arriva lo stesso, una volta che ti sei accomodato sulla poltroncina e hai indossato le cuffie. Ecco, proprio le cuffie sono parte integrante della magia del fascino, della suggestione, che questo spettacolo si porta appresso. Ed è uno spettacolo un po’ magico anche perché, a differenza per esempio degli occhiali 3d al cinema, in questo caso il nostro immaginario è chiamato a uno sforzo ulteriore: non c’è niente da “vedere” in un audiodramma, c’è invece tantissimo da scoprire o, se preferite, da inventare

Si abbassano le luci e in cuffia cominciano ad arrivare le istruzioni per godersi al meglio lo spettacolo, a mò di annuncio del comandante prima del decollo; la differenza è che in questo caso si capiscono le parole. Dopo il classico “spegnete cellulari e facebook vari” si viene catapultati all’interno di uno studio di registrazione, peraltro piuttosto affollato

E Johnny prese il fucile è un romanzo del 1939, scritto da Dalton Trumbo. Racconta di guerra, di un incidente di guerra, e di un soldato che perde gambe, braccia e parte del viso a causa dell’esplosione di una bomba. L’adattamento di Sergio Ferrentino per Fonderia Mercury riprende la trama del libro, ma ne condisce la narrazione con l’uso di un microfono binaurale, un aggeggio a forma di testa umana che riproduce i suoni in maniera tridimensionale: se provate a parlare girandoci attorno sentirete un voi-parlante che vi ronza attorno, ed è parecchio suggestivo

Il racconto non è facile, la vicenda stessa di Johnny non è facile, ma ogni tanto è giusto conoscere le cose per come sono andate - o potrebbero andare, visto che abbiamo goduto del beneficio della finzione. Ascoltare la storia di un mutilato di guerra e dei labirinti che si creano nella sua mente non è come guardare un episodio di una serie tv, ma paradossalmente è più coinvolgente: ci si trasforma in osservatori  

Le voci di Marco Baliani, che ha recitato nonostante la febbre, e dei bravissimi Roberto Recchia e Deborah Morese danno risalto agli stati d’animo del prigioniero mutilato, della sua ragazza lontana e degli oggetti che lo circondano. La prossima volta che vi capita, giocatevi una serata al cinema con un audiodramma: secondo me vi piacerà

Pietro Osti

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Zen Circus @ Studio 2, 9 gennaio 2015
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Martedì 13 Gennaio 2015 09:39

Dopo qualche problema per riuscire ad entrare perché non risultavamo in lista, facciamo il nostro ingresso nel suggestivo salone dello Studio 2, immerso in un'aria ricca di anidridi e di profumi di cocktail annacquati.

Decidiamo di posizionarci il più vicino possibile, senza aver però prima individuato accuratamente la zona ideale, dopo calcoli incrociati e previsioni sulle aree a maggior rischio pogo. Aspettiamo così l'inizio dello spettacolo (eravamo in tre), perfettamente consci del fatto che l'orario indicato per l'inizio, le 22 e zerozero, non è affatto attendibile, poiché, come capita per praticamente tutti i concerti degli Zen, si parte quando loro hanno voglia di farlo. E difatti anche ben oltre le 22 non c'è nessuna traccia riconducibile a musica dal vivo... decidiamo di ingannare il tempo comprando una birra, perché tutti ne hanno una in mano e a noi piace seguire le tendenze.

Il gruppo d'apertura si chiama GNAC e si esibisce con un numero anche eccessivo di brani per essere solo un gruppospalla - ne abbiamo contati otto barra nove - dando vita ad un mini concerto nel concerto, tutto sommato piacevole, con cui presentano il loro nuovo album, Adesso. Ci colpisce il batterista con scritto "MERDA" sulla maglietta e una canzone presentata dal cantante come "scritta in un luogo di aggregazione di noi giovani... l'ufficio di collocamento". Prima di smontare attrezzi e strumenti fanno a tempo a ricordare che lo Studio 2 è prossimo alla chiusura, gettando un velo di tristezza momentanea su tutta la folla.

L'intermezzo sound-check viene eseguito da tre simpatici pelati tatuati che tra le varie cose accendono una gran quantità di candele colorate che creano un'atmosfera assai rilassata, nonostante la folla continui ad infittirsi, e l'attesa dei protagonisti della serata si faccia palpabile.

Finalmente la tensione viene spezzata dall'arrivo degli Zen, che letteralmente "balzano" sul palco, accendendo il pubblico. I nostri calcoli accurati sulla ricerca del posto adatto non sono stati vani, infatti riusciamo ad accaparrarci tre posti in prima fila davanti al microfono di Appino, che ci stupisce con il suo nuovo look composto da baffi e stilosissima maglia di Bob Dylan. Inizia così la tappa patavina del Busking Tour, in cui il Circo Zen decide di tornare alle origini, tornare (metaforicamente) sulla “strada” con suoni acustici, strumenti musicali alternativi e la voglia di fare folk chiassoso, mettendoci sempre tanta energia. 

La scaletta eseguita è molto varia, apre il concerto Atto Secondo, brano tratto dall'album Nati per Subire e presto l’atmosfera si scalda. Subito arriva Vent’anni,  manifesto generazionale cantato in un minuto e mezzo. Gli Zen alternano così alcuni brani estratti dall’ultimo album Canzoni contro la natura, come Postumia, Vai vai vai, L’anarchico e il generale, Sestri Levante a successi del 2009 come Vecchi senza esperienza e Andate tutti affanculo, la ballata ironica che vede Appino alle prese con chitarra, voce e fisarmonica e il pubblico impegnato a fargli da coro. Il salto temporale continua con i brani tratti dai primi album, quando gli Zen scrivevano in Inglese e sperimentavano, cercando di costruire il loro stile: il suond un po’ surreale de “ I bambini sono pazzi”, una cover dei Minutemen e  la spagnola mexican requiem, in cui Karim Qqru, noto per l’abitudine ad usare strumenti non convenzionali, si mescola tra il pubblico e, attraverso un’intensa performance, dimostra ancora una volta di non saper suonare sapientemente solo la batteria, ma anche la washboard (letteralmente, tavola per il bucato), armandosi di ditali di alluminio.

Verso l’ultima parte del concerto, con stile stranamente diplomatico, gli Zen ci definiscono il pubblico più educato del tour, e Ufo - che abbiamo intervistato prima del concerto - non perde tempo per fare un riferimento al sindaco Bitonci, forse è sua la colpa se la gente patavina è così composta e assuefatta alle regole. In realtà, quando Appino inizia a suonare le prime note di viva il pogo tanto atteso esplode in mezzo alla folla e dopo i brani di chiusura, Il Frontman, con il suo fare brillantemente sgarbato, lascia la chitarra ad un ragazzino in prima fila, palesemente incredulo, e corre in mezzo al pubblico, disperdendosi tra la folla.

Fine del concerto. Dove si sia rifugiato Appino,  avendo a disposizione i pochi metri quadrati che fanno lo Studio Due, è un mistero. Noi non potevamo aspettarci un’uscita di scena più politicamente scorretta di questa e del resto ci piace, perché è un po’ l’essenza del Circo Zen, incazzata, passionale e tagliente.

 

Luca Leone, Eleonora del Pizzo, Sofia Levorato

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Machete Crew @ Gran Teatro Geox, 7 Dicembre 2014
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Martedì 16 Dicembre 2014 10:02

Prima volta al Gran Teatro Geox per la Machete Crew (collettivo hip hop che comprende i rapper Salmo, Nitro, En?gma, El Raton, Jack the Smoker e Dj Slait. Puntualizzo, per chi è caduto sulla terra l'altro ieri), io invece li rivedo per la terza volta, curiosa di capire come se la cavano al di fuori dei festival estiviNel frattempo sono diventanti “grandi”, hanno fondato l’etichetta indipendente Machete Empire Records e deciso di portare in tour il “Machete Mixtape Vol. III” ultima fatica discografica del collettivo, piazzata su iTunes come se fosse una bomba.

Arrivo per le 20:00, per ritirare il mio bel accredito; ai cancelli una fila lunghissima, che inizia praticamente dallo sportello della mia auto. Poco male, è un attimo e mi ritrovo nel video di “Machetero” di En?gma, avete presente? Ragazzini in ogni dove, vestiti come Salmo, con il logo Machete ben in vista, sembrano far parte di un’unica gigantesca gang. Età media bassissima, all’ingresso addirittura ghettizzano i maggiorenni, riconoscibili dal braccialettino al polso (che dona il superpotere di ordinare da bere al bar). In breve il Geox si riempie e diventa un mare di snapback e cappucci, perché ricordiamoci che LO SWAG viene prima di tutto! Improvvisamente mi sento troppo punk rock per un concerto rap, ma prendo posto comunque tra le prime file (in seguito scoprirò che sui palchetti dietro di me sedevano i genitori di Nitro, taaaac. Quindi ero nella zona giusta, quella degli “adulti”).

Verso le 21:30 si presenta sul palco Rasty Kilo, new entry per la Machete, nuova conoscenza pure per me, che lo vedo per la prima volta. Mi sfugge qualcosa, sicuramente, perché tutti conoscono le parole di pezzi tipo “Molotov” “Death Race” e “Figli dell'Odio”, quindi Rasty Kilo si dimostra la scelta giusta per aprire il concerto, rimanendo comunque un personaggio X. Bah.

Subito dopo compare Jack the Smoker, beatmaker/freestyler che ha collaborato praticamente con tutta la scena milanese e che io dovrei conoscere perché faccio parte della sua generazione. Che dire, è una mia mancanza.

Tadadaaan arriva El Raton e i set iniziano ad allungarsi, Manuelito sta con la Machete fin dagli inizi, si sente, se il concerto fosse una conversazione, il suo ingresso indicherebbe un’alzata di tono. Ogni volta che lo vedo mi da l’impressione di migliorare, rimanendo fedele a se stesso, forse perché è stilisticamente definito, riconoscibile. Daje Manuelito, daje. Pezzoni come “Paper Street” e “Gangja Boat” (senza Nitro, dov’è Nitro? Vogliamo Nitro! *chi ce l’ha, si accende una canna*) iniziano a riscaldare la platea, che si accalca verso le transenne e accoglie En?gma con entusiasmo. La gente rizza le orecchie, i pugni in aria, dopo di lui arrivano i fuochi d’artificio (in senso metaforico!). Ad En?gma va il merito di avermi fatto rivalutare “Antieroi”, primo singolo estratto dal nuovo Mixtape, pezzo che avevo giudicato troppo commerciale… ssse, prima di sentirlo dal vivo però!

Nitro che la fa da padrone, osannato come non mai, perché è di casa e il pubblico ci tiene a ricordarglielo. Ho un debole per la sua voce e per i suoi testi: “Danger” “Phil the Paine” “Back Again”, “We takin’ it back” sono solo alcuni dei successi (si può dire?) di cui i suoi quasi coetanei che mi stanno attorno sanno ogni parola. Essere del ’93 e già profeta in patria, bravetto. Tutto merito di Mtv Spit!

Dai, si sono accorti tutti che sto aspettando Salmo, per la centesima volta. L'uomo che è la mia crush n.1 dal 2011, quello con i trascorsi hardcore, ricoperto di tatuaggi, che cantava portando una maschera a forma di teschio. La maschera non c'è più, per fortuna “Street Drive-In” si, in mezzo a canzoni nuove, tipo “Russell Crowe” “S.A.L.M.O.” “Killer Game” “Death U.S.B.” “Venice Beach”. Si concede anche uno stage diving, come sempre, già, sopra la mia testa! Evidentemente vedendomi in disparte ha pensato che era il momento di farmi entrare nell’occhio del ciclone, grazie Mauri!

Manca il gran finale, tutti insieme sul palco. Ognuno ha un modo diverso di stare in scena, che nel momento di pezzi come “King’s Supreme” o “The Island”, “Cruditè” e “Non Sopporto” degenera in abbraccioni collettivi e strizzate d’occhio, bicchieri di cocktail e bottiglie nella mano sinistra. “Non sopporto il tuo dio perché non sono io” ecco, ditelo ad una folla di sedicenni e vi adoreranno per sempre, facile chiudere un concerto con il botto!

Alla fine di tutto si capisce che sono affezionata alla Machete perché sono il Truceklan di questo decennio, E PER FORTUNA! L’ho detto, perdonatemi se potete. Esco magicamente illesa dal concerto, quasi mezzanotte e tanta nostalgia di “The Island Chainsaw Massacre”, ma giusto per citare di nuovo “Non Sopporto”: “Sai cos'è successo? Alla fine siamo cresciuti”. 

Vi lascio con la frase della serata “E a Dj Slait, che si è fatto due ore di set in piedi, manco uno sgabello!”

Elena Donatello

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