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Massive Attack @ Hydrogen Festival, 9 luglio 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Giovedì 10 Luglio 2014 00:00

Negli ultimi anni Padova ha visto una grandissima espansione di concerti di calibro internazionale, con una tendenza progressiva al pop delle grandi masse. Proprio per questo il nome dei Massive Attack nel cartellone dell'Hydrogen Festival spicca particolarmente, specie se rapportati ad Emma e Negramaro o a vecchie glorie come Scorpions e Robert Plant. Eppure a dispetto delle apparenze, il duo di Bristol calca le scene da quasi 25 anni, arrivando a imporre un concetto nuovo di musica che influenzerà moltissime generazioni future. Con i Massive Attack nascerà il Trip-Hop, un nuovo modo di affacciarsi alla musica elettronica e alla commistione di generi.

Purtroppo il concerto si era già aperto con moltissimi dubbi, prima di tutto sul suo effettivo svolgimento: pioggia torrenziale alternata a momenti di calma, con relativa ansia da parte del pubblico e soprattutto degli organizzatori, terrorizzati dall'idea di dover rimborsare biglietti. Fortunatamente il ghiaino dell'anfiteatro Camerini ha evito pozzanghere di dimensioni immani, permettendo a una folla bardata con ponchos, ombrelli e impermeabili di farsi posto sotto il palco. L'ingresso in scena dei Massive Attack e della loro band si è aperto con luci stroboscopiche e l'elegantissima voce di Martina Topley-Bird, la voce femminile che ha caratterizzato la maggior parte dei brani dell'ultimo album Heligoland. Insieme a Martina sul palco si sono alternati anche Deborah Miller e soprattuto il cantante reggae Horace Andy, da sempre collaboratori storici della band.

La cura del suono è l'aspetto che emerge di più dal concerto: le animazioni, i giochi di luce, passano tutti in secondo piano rispetto alla paurosa quantità di bassi che investe il pubblico ad ogni colpo di cassa. E' un groove ipnotico, costante e regolare, che però non va a nascondere l'architettura superiore del brano. Ci si ritrova ad ondeggiare su beat funk e rnb in un continuum pressoché ininterrotto, su di brani storici come Karmacoma, Unfinished Sympathy e la famosissima Teardrop. I Massive Attack riescono a porre di fronte all'evento spettacolare del concerto live soprattutto la musica e la cura del suono, componente che sembra ormai messa sempre più in secondo piano nei concerti di grandi nomi del Pop. Un concerto che è ben valso un'umida attesa sotto la pioggia.

Tommaso Rocchi

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Matmos + Jeff Carey @ Spazio Aereo, 9 giugno 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Giovedì 19 Giugno 2014 15:24

Arriviamo in quel di Marghera verso le 22.00, di corsa, trafelati, persi tra rotonde improponibili e tipici paesaggi post-industriali che si affacciano sulla laguna. “La cornice perfetta per lo show!”, penso tra me e me.

Lo “Spazio Aereo” mi piace fin da subito, un club di media dimensione, dotato di un’ottima acustica e di un impianto audio quadrifonico. Questa è una chicca che da fonico ho apprezzato tantissimo, poiché in quadrifonia non si sta semplicemente di fronte alle fonti sonore, avendone due alle spalle vi si è immersi dentro, e lo spazio sonoro acquista una tridimensionalità unica.

“Hai ascoltato qualcosina degli artisti che si esibiranno?”, mi chiede Angela, che mi accompagna a vedere il concerto: “Qualcosina sì, ma non è il mio genere” rispondo io, standomene sul vago, guardando Jeff Carey salire sul palco.

Da questo momento è  il delirio, o meglio, “Hardcore Digital Noise”, come lui stesso lo descrive: l’esibizione si compone di purissimo rumore digitale, prodotto da un joystick e da una tastiera da nerd, il tutto montato su di uno stativo a molla, figo almeno quanto quello di “Boosta”, tastierista dei Subsonica. Sincronizzati ai suoni ci sono i bagliori di fredde luci stroboscopiche e led bianchi, ossessivi e quasi epilettici, in cui il silenzio equivale all’oscurità.

In questo ambiente sonoro privo di qualsiasi riferimento ritmico Jeff ondeggia in uno stato di trance, mentre tutti noi rimaniamo immobili, disorientati, quasi come se nessuno abbia il coraggio di fare alcunché. Siamo storditi da un fronte sonoro davvero massiccio, impegnativo da reggere a livello fisico e visivo e ancora più difficile da metabolizzare a livello mentale. Pura dinamite: uno “Sbarco in Normandia” accuratamente sintetizzato da un computer, angosciante e delirante fino all’estremo… eppure coinvolgente!

altTerminata l’esibizione sentiamo il bisogno di prendere un po’ d’aria, pausa durante la quale avviene il cambiopalco. Rientrati in sala l’atmosfera cambia radicalmente, e veniamo accolti da questi due simpatici signori americani in camicia a maniche corte e cravattino, che come i tipici turisti a Venezia ci salutano in un italiano stentato e molto comico. Ci introducono ad una serata di musica sperimentale con la promessa di non farci ballare neanche per un secondo, e scatta l’applauso generale. 

Gli strumenti musicali in questo caso si compongono di mixer e multieffetti dai routing straordinariamente complessi, un campionatore per la voce e “poco altro”, per usare un eufemismo. 

Il live ha un’importantissima parte visuale data dal grande schermo alle spalle del palco che propone viaggi lisergici sempre sincronizzati con la musica.

La sperimentazione elettronica dei Matmos è qualcosa di veramente unico: i brani scaturiscono da un semplice pattern ritmico o da una clip sonora campionata che può essere un suono prodotto da un oggetto, un metronomo, un sasso, un bicchiere.

Con lo scorrere dei secondi la trama sonora diventa via via più fitta, effettata, intricata, si sviluppa nello spazio quadrifonico, in un climax ascendente senza apparenti melodie, in cui l’accostamento “stonato” dei suoni unito allo spettacolo visivo ti coinvolge in maniera totale. Si spazia da un discorso di M.C Schmidt (che sta sulla sinistra del palco), a sintetizzatori analogici, a profondissimi riverberi, a suoni ambientali: “You know, this is experimental music!”

In realtà qualche testa ogni tanto ondeggia a ritmo, qualche piedino batte a tempo di musica, segno che il duo non abbandona una certa idea di ritmo, e la cosa conforta parecchio il mio ego musicale. Scrosciano infine gli applausi nel sapere che gli ultimi brani sono degli inediti. 

Rimango immobile davanti al palco per quarantacinque minuti abbondanti, al termine dei quali mi sento leggermente alienato e disorientato. La sensazione più strana l’ho avuta ascoltando nuovamente un brano in 4/4 sulla strada verso Padova: i Matmos si sono spinti veramente molto oltre la comune accezione di musicalità. Non li definirei pionieri, ma di certo si occupano di spostare sempre più avanti il limite della ricerca sonora al servizio dell’arte. E Jeff Carey? E' un pazzo, che però sa il fatto suo!

Michele Billato

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Venezia MORE Festival - 6 giugno 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Mercoledì 11 Giugno 2014 15:07

In una cornice eccezionale si è svolta quest’anno la seconda edizione del Venezia More Festival: L’Isola di San Servolo, a poche centinaia di metri da Piazza San Marco, ha accolto uno degli eventi di più haut niveau all’interno di quel magnifico esempio di avvenimento culturale che è la Biennale d’Architettura, curata quest’anno da Rem Koolhaas. 

Con un’organizzazione eccellente tutta made in France, la serata di venerdì è iniziata sullo splendido terrazzo nel palazzo settecentesco dell’isola. Musiche di Gainsbourg e Battisti davano quel tocco di classe ad un aperitivo a base d’assenzio. Servito con acqua e zucchero mediante un procedimento di scioglimento di quest’ultimo, rilasciava quella che i francesi del ‘700 chiamavano la Fée Verte, Fata Verde, ovvero la creazione di una sostanza che produceva poi impercettibili effetti allucinogeni che pittori e scrittori (Beaudelaire in primis) usavano per lasciarsi andare all’oblio dei sensi, e che rendono il grado alcolico estremamente alto di questa bevanda praticamente impercettibile.

Un simile evento a caratura internazionale non poteva non richiamare artisti di tale livello. Si inizia con i francesi Isaac Delusion. Una band dream pop - elettronica composta da 4 ragazzi disponibilissimi e simpaticissimi che si conoscono fin dalle medie. Sono riuscito a strappar loro un’intervista, dove mi hanno raccontato che suonare a Venezia è un sogno che si avvera, e nonostante siano in tournée (un concerto a Parigi il giorno seguente, hanno suonato a New York in un live per Last.fm, e il loro primo album intitolato Isaac Delusion sia in uscita in agosto e caldamente consigliato a tutti) una tappa nella città dell’amore era d’obbligo. 

In live dispongono di una carica fenomenale, e la voce del cantautore Loïc è degna di trasportare il nostro udito in un mondo altro. Un eccelso uso di drum machine, synth e un tocco pop hanno ridefinito i dettagli di una splendida scultura musicale.

A seguire è salito sul palco Pional, dj e produttore spagnolo, osannato da El País come l’emblema dell’elettronica iberica di qualità, e anche lui artefice di un live contrassegnato dall’alta padronanza tecnica. Un dosaggio perfetto di suoni dove il chico spagnolo non solo ha saputo raccogliere gli animi ed il mood che venivano dall’anteprima francese, ma è riuscito a trasportarli con eleganza e proprietà verso i suoni molto più disco-dance del dj veneto Spiller

Il suo set, sebbene non live, ha riempito la pista, dove persone stremate dalle precedenti esibizioni ballavano come se non ci fosse un domani. Danzatori improvvisati, ballerini pseudo-professionisti, maschi italici ed europei alla ricerca dell’amore regalavano un vero spettacolo. L’oscuro pop elettronico delle precedenti esibizioni si stava pian piano trasformando in un allegro motivetto carico di gioia e spensieratezza nella notte veneziana.  E chi meglio di un messicano ed un tedesco avrebbero potuto trasformare un adagio in un allegro motivetto? 

I Pachanga Boys, duo composto dal messicano Rebolledo e dal teutonico Superpitcher, hanno creato una sorta di capolavoro. In quella che Nietzsche definiva la città della musica, il duo ha letteralmente fatto ballare la platea all’unisono. Mentre Rebolledo finemente lavorava la traccia che veniva suonata, Superpitcher con la dedizione, la cura e l’attenzione di uno scultore sceglieva il vinile successivo. Pachanga è un termine messicano che si usa in ambienti familiari che si traduce con festa, e il Venezia More Festival è stata veramente una pachanga alla francese.

La location, la selezione degli artisti, il metodo di pagamento con carta prepagata acquistabile in loco e che permetteva di comprare cibi e bevande solo passando la suddetta carta su un lettore ottico, ed infine la delizia di pasti e cocktails preparati sul posto hanno fatto da ciliegina per un’impeccabile organizzazione. Alla fine della festa il battello venne a prenderci alle 4:15 del mattino, e alle 4:30 eravamo nuovamente in Piazza San Marco. Come se lo spettacolo notturno non fosse stato sufficiente, il More Festival ci ha fatto un ultimo regalo che lascerebbe chiunque senza fiato: l’alba sulla  deserta Serenissima

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Neutral Milk Hotel + Jennifer Gentle @ Radar Festival - Preview Night, 4 giugno 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Venerdì 06 Giugno 2014 19:02
altArrivo a Padova e inizia a piovere. Mentre camminavo in direzione Macello per assistere alla Preview Night del Radar Festival 2014 che vedeva come protagonisti i Neutral Milk Hotel di Jeff Mangum, temevo di fare un giro a vuoto e di ritrovarmi un concerto annullato per pioggia. Fortunatamente non è andata così.

Proprio mentre i Jennifer Gentle, gruppo d'apertura della serata, salgono sul palco, la pioggia cessa di cadere e le atmosfere acide e psichedeliche del quintetto padovano accompagnano uno splendido tramonto. La band, capitanata dal cantante e chitarrista Marco Fasolo, è attiva dal 1999 ed è stata la prima band europea a firmare un contratto con la Sub Pop di Seattle, famosa per aver prodotto gruppi grunge del calibro di Nirvana, Soundgarden e Mudhoney.
I Jennifer Gentle, durante la serata, propongono alcune delle loro composizioni più famose e allucinate come I do dream you, con tanto di assolo di palloncino, Nothing makes sense, Tiny Holes e Universal Daughter (dall'album Valende) Locoweed e Take my hand, forse la loro canzone più famosa, frammentate da presentazioni altrettanto deliranti. Un ottima performance terminata con un travolgente muro del suono ricco di distorsioni.

Puntualissimo, alle 10 di sera, fa il suo ingresso sul palco Jeff Mangum, uno splendido quarantenne barbuto e dai lunghi capelli che, insieme a un cappellino, gli coprivano il volto. La folla, non appena lo riconosce, lo sommerge di applausi, ma lui, sorridendo, ci fa segno di stare calmi e ci invita a non fare assolutamente foto o video. Imbraccia quindi la chitarra, la accorda e parte con l'inconfondibile accompagnamento di Two Headed Boy, una delle canzoni che lo vedranno come unico protagonista sul palco. Sul finale della canzone fa il suo ingresso l'intera band per suonare la strumentale The fool, una lenta marcia che collega la canzone d'apertura con la successiva Holland, 1945 e dopo l'immancabile "One, two, one two three four" parte un inaspettato pogo.
Seguono in successione Pree-sisters swallowing a donkey's eye, Garden head ed Everything is..., tutte canzoni del disco d'esordio della band On avery island (1996) ma quelli che riscuotono un maggiore successo sono i brani tratti da In the aeroplane over the sea (1998) come la suite The king of carrot flower  che apre il disco (ironia della sorte, proprio quando Jeff intona i versi "Jesus Christ I love you, yes I do!" ricomincia a piovere) e la title-track. Dopo quasi quindici anni, In the aeroplane over the sea, rimane un album amato dal pubblico e viene considerato dalla critica un capolavoro della musica anni Novanta. Un perfetto mix tra leggerezza, spensieratezza e malinconia, ricreato attraverso sperimentazioni sonore che uniscono generi come il folk, l'indie rock e la musica psichedelica.

Forse il momento più intenso ed emozionante della serata è stato quando tutto il pubblico del Macello, sotto la pioggia, ha cantato insieme ai Neutral Milk Hotel la malinconica Oh comely. Citando lo staff del Radar Festival, posso affermare che "Quella che è caduta non era pioggia, erano lacrime". La band di Boston ci saluta con Ghost, un lento crescendo che sfocia nella strumentale [untitled], dove la cornamusa esegue un tema su un accompagnameno distorto eseguito dalle chitarre e da un piccolo organo. Chiudono la serata Two Headed Boy pt. 2 ed Engine, definita dal trombettista Scott Spillane "Una delicata ninna nanna".

Ringraziandoci ancora una volta di essere rimasti sotto la pioggia per loro, i Neutral Milk Hotel salutano Padova e scendono dal palco per concedersi un po' di chiacchiere con i fan. La band era in ottima forma, alcuni brani risultano addirittura migliori dal vivo che su disco e la scaletta proposta è stata studiata alla perfezione per alternare le canzoni più movimentate ai brani più lenti e intensi, pescando praticamente l'intero set dei lavori in studio e anche qualcosa dai due Ep. L'unico lato negativo è stato l'esclusione di Oh sister, ma sinceramente mi considero lo stesso pienamente soddisfatto.

Se questa era solo la serata di anteprima, aspettiamoci grandi cose dal Radar Festival 2014.
Carlo Mezzalira
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Trust @ Macello, 27 maggio 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Mercoledì 28 Maggio 2014 16:31
Com’è stato il live di Trust al Macello? Fumoso, oscuro e dai contorni non ben definiti.

L’entrata in scena di Roberts Alfons e delle due turniste è avvenuto attraverso uno spesso muro di nebbia; si potevano riuscire ad intravedere solo dei profili incerti dei tre musicisti, a causa di una totale mancanza di illuminazione frontale. L’universo oscuro di Trust nasce già da questo primo approccio col pubblico, il voler mettere una sorta di barriera fra sé e lo spettatore, rinunciando deliberatamente a quel naturale narcisismo e voglia di apparire insito in po’ tutti i cantanti.
Il lavoro del musicista canadese sembra una sorta di grande esplorazione del pop elettronico anni ’90: già a partire dal suo debutto TRST, nato dalla collaborazione con la collega Maya Postepski (batterista negli Austra) si possono individuare le cifre fondanti della sua musica: potenti hoover e testi criptici, uniti da un beat semplice con rimandi all’electroclash e in generale alla scuola tedesca.
 
Il secondo album tutt’ora in promozione, Joyland, non si è distanziato dalla direzione impostata dal primo, pur vedendo l’allontanamento di Maya dal progetto. C’è da dire che rispetto agli album, la massa di volume prodotta nel live porta sicuramente ad apprezzare maggiormente le parti dance dei brani, catapultando immediatamente il pubblico in un mood da club berlinese di inizi ’90.

Qualche dubbio rimane ancora sull’aspetto live: Robert ama volteggiare fra i registri canori, passando da un basso corposo essenzialmente mononota ad un falsetto fanciullesco con dei paurosi rimandi a Kate Bush. Peccato che questi salti non gli permettano di essere sempre preciso nell’intonazione, portandolo a scivolare spesso sulle note. Tecnicismi a parte, Trust è riuscito a recuperare appieno la sua mancanza allo scorso Summer Student Festival, sospeso a causa della pioggia che anche la scorsa serata ha tenuto lo stesso tutti un po' in bilico.

Tommaso Rocchi

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