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Lenny Kravitz @ Hydrogen Festival, 29 luglio 2015
Reportage - Reportage Internazionali
Giovedì 30 Luglio 2015 16:49

Alle 8:30 di solito si arriva sul posto, si cerca parcheggio, si prendono gli accrediti, si salutano i conoscenti sparsi per la piazza, magari ci si prende pure un gelato per ingannare l'attesa. Bene. Noi abbiamo fatto tutto sotto l'acquazzone, perché l'ottimismo è “adesso smette, dai!”, cioè crederci, crederci sempre. Detto questo, a vedere Lenny Kravitz all'anfiteatro Camerini è venuto tutto il Triveneto. Bella Lenny! Sarà mica per via delle decadi passate ad indossare magliette di rete? NO! Cosa andate a pensare! Di sicuro è per le sue abilità di polistrumentista. Nonostante tutto, alle dieci e qualcosa smette di piovere. Qui comunque non si tratta solo di Lenny Kravitz, alle dieci sul palco si presenta lo splendore generale. Oltre a lui, notoriamente fregnissimo, le tre coriste, il terzetto di fiati, il tastierista, la bassista, il chitarrista, la batterista nota ai fan quasi quanto lui, sono tutti splendidi (menzione d'onore per il sassofonista capellone). 

La canzone di apertura Frankenstein è tratta dall'ultimo album Strut, uscito l'anno scorso. Si procede spediti con American Woman, cover dei Guess Who. Sfido chiunque a dire che non conosce la sua versione del pezzo, che ha avuto un successo pazzesco back in 1999, quando la realizzò per la colonna sonora del film Austin Powers. Segue It Ain't Over Till It's Over, altra canzone famosissima del suo repertorio, che risale al periodo in cui portava ancora i rasta, il pezzo è riconoscibile, soprattutto perché il video che lo accompagnava è tra i più iconici degli anni '90. E infatti partono i cori, e una ragazza vicino a noi chiede al suo accompagnatore di limonare. Con Dancin' Till Dawn si rimane ancora nel passato e subito dopo assistiamo ad una lunghissima versione di Sister, molto toccante. Quello che dovreste sapere di Lenny è che non suona solo pezzi del nuovo album, anzi, per niente. Le sue scalette di primo acchito possono risultare troppo corte, invece suona due ore filate. Lanciandosi in virtuosismi con ogni membro del suo gruppo, lasciando spazio ad assoli infiniti del chitarrista, dei sassofonisti, e della batterista Cindy e allungando la coda di ogni canzone di almeno tre minuti. Poi tocca a Believe, ad Always On The Run e alla bellissima I Belong To You (SO SWEET!). 

Alle 23:30 tutti trattengono il fiato perché il signorino si degna di togliere gli occhiali da sole, per poco, ma è comunque emozionante. 

Let Love Rule diventa un'esperienza collettiva, sfocia in una jam session piuttosto estesa, in cui Lenny trova pure il tempo di scappare tra la folla e rispuntare dal balcone del secondo piano dei portici. E lì scatta il selfie con tutti quelli che si trovavano al ristorante in quel momento. Mentre corre qua e là per la piazza, sempre scortato da una decina di omoni della security e dal videomaker, chiede al pubblico di cantare, anche se noi ormai ci siamo dimenticati quale sia la canzone.

Ci regala anche Fly Away, che definiremmo trascinante, anche se per scherzo l'abbiamo ribattezzata “I want a kappa way yeah yeah yeah!”, oh, scusate, ma ha ricominciato a piovere! 

L'ultimo pezzo, ormai sotto una pioggia scrosciante, è Are You Gonna Go My Way, decisamente liberatorio. Tutti mollano ombrelli, sacchetti, qualsiasi cosa e si mettono a ballare tra le pozzanghere. La grande assente è stata The Chamber, singolo di successo dell'ultimo album.

Tutto sommato quello che poteva essere un concerto sofferto, per via delle condizioni climatiche, è stato estremamente divertente. Tutti hanno ballicchiato per l'intera serata, magari imitando le coreografie delle coriste, e seguendo ogni minimo movimento di Lenny anche durante le eterne improvvisazioni. 

Parentesi fashion: ok, immaginate sbrilluccicare tutto quanto. Fatto? Ecco, questo è quello che indossano sul palco, un sacco di lustrini dappertutto, colori sgargianti, il chitarrista pure una maglietta animalier. Aspettavamo con trepidazione il momento Lenny-desnudo, ma siamo rimaste deluse. Le nostre speranze si sono risvegliate per qualche secondo quando ha tolto il maglioncino, ma era solo per cambiarlo con una giacca di pelle. Purtroppo eravamo troppo distanti dal palco per individuare il tessuto della canottiera, ma ci è rimasta la voglia di fare una serata a parlare di maglieria con Lenny Kravitz. 

Altra cosa degna di nota, il rapporto interessante tra Lenny e il suo chitarrista Craig: durante gli assoli di chitarra, Lenny diventa molesto e balla addosso al povero Craig, che lo ignora deliberatamente. Se siete musicisti e il vostro sogno è suonare con Lenny Kravitz, il nostro consiglio è uno solo: investite in capelli afro.

Elena Donatello, Luisa Bellomo

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Alcune foto sono prese dalla Pagina facebook di Zed

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Noel Gallagher's High Flying Birds @ Hydrogen Festival, 8 luglio 2015
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Giovedì 09 Luglio 2015 17:13

Al grido di "Viva il 1996 e i cappellini da pescatore!" ci siamo fiondate a vedere Noel Gallagher e la sua band High Flying Birds. Già dalle 20:30 a Piazzola sul Brenta si respirava un'atmosfera un po' particolare, un misto di venditori abusivi fetenti, temporale imminente, gusto nel vestire latente. Tutte queste cose ci piacciono molto, quindi diligenti come scolarette ci siamo dirette verso il palco piazzato all'interno dell'Anfiteatro Camerini, con vista sulla villa, che fa tanto media borghesia che guarda agli aristocratici del passato per trarne ispirazione e pure per tirarsela a bomba con gli ospiti.

Sapete già tutti chi è Noel Gallagher...ah no? Mah, si tratta solo di uno dei genietti del britpop, sopravvissuto agli anni Novanta e alla militanza negli Oasis insieme al fratello Liam, che ha deciso di continuare la sua carriera fondando gli High Flying Birds. Il loro secondo album, Chasing Yesterday, uscito a febbraio, è un concentrato di successi radiofonici: In the Heat of the Moment, Ballad of the Mighty I, Riverman.

Finalmente, alle 22:00 circa, il carissimo Noel fa capolino dal backstage. Da subito la scaletta sembra seguire quella del concerto del 6 luglio al forum di Assago, con brani tratti anche dal primo album della band quali Everybody's On the Run e Death of You and Me. Il momento che tutti si sono portati a casa senza bisogno di video e foto è sicuramente Champagne Supernova, cover dei compianti Oasis (che poi vabbeh, le canzoni le scriveva lui, non mettiamoci a parlare di aria fritta, dai!), mentre scendeva una pioggia forte a tratti fortissima, ma chi se ne frega, tutti con le braccia verso il cielo perché gli inni generazionali non hanno bisogno della tecnologia del 2015, per fortuna.

A spegnere gli animi, ma anche a trarci in salvo dall'annegamento, verso le 23:00 giunge un "Five minutes" imposto dall'organizzazione, cinque minuti di pausa per mettere  strumenti e artisti all'asciutto. Fuggiamo al riparo, aspettiamo che la pioggia smetta di infrangere i nostri cuori. I cinque minuti si trasformano in venti e appena smette un po’ prendiamo coraggio, torniamo sotto palco, più vicine di prima. Si ricomincia con Dying of the Light, Dream On e arriva un'altra cover degli Oasis, Whatever, perfetta. 

NO, non ha suonato Wonderwall, ma non ce n’è stato bisogno, l’ha cantata un po’ il pubblico, con qualche esitazione sulle strofe (che Dio li perdoni tutti), come dimostrazione d'affetto. 

I momenti top di Gallagher: sorrisetti sornioni, il cambio chitarra praticamente ad ogni canzone grazie a roadie diligentissimi che accorrono al minimo cenno e gli porgono gli strumenti con reverenza, discorsi quali "Chi ci vive lì? (indicando Villa Contarini) Berlusconi? O Balotelli?" [ndr. Non è un segreto che sia un fan sfegatato del calciatore, ricordiamoci tutti la memorabile intervista che proprio Noel fece a Balotelli in occasione del suo trasferimento al Manchester] e le battute che rivolge alle prime file, commentando tutto, il modo in cui sono vestiti, lo stato mentale degli ubriaconi, lamentando una mancanza di lancio di reggiseni (che poi arrivano comunque), cose così.

Ancora A.K.A. What a Life e poi in tutto il suo splendore arriva Don't Look Back in Anger a chiudere il concerto.

Cosa abbiamo imparato da questa esperienza? Che il britpop non è morto (è solo cresciuto) e che il pubblico di Noel Gallagher è come la curva sud, uomini adulti che intonano cori tipo "NOEEEL O E O E OEEL NOEEEL NOEEEL" (tranquilli, lui li ha presi per il culo, come si meritavano) e si abbracciano forte durante i ritornelli.

Ah già, piccolo aneddoto in stile Ai Confini della Realtà: un componente della crew che poi ha smontato il palco portava una maglietta RadioBue.it, ma noi non lo conosciamo. TA DA DA DAAAN. 

Per finire in bellezza abbiamo recuperato un paio di scalette del concerto, in un tripudio di occhiatacche dei suddetti fan che intonano cori sciocchini. NON UNA, DUE! Haters gonna hate. Seratina tranquilla, tutto sommato.

Elena Donatello, Erika Bettin

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The Chemical Brothers @Hydrogen Festival, 1 luglio 2015
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Giovedì 02 Luglio 2015 12:22

Nella prima sera di luglio, Piazzola sul Brenta si è ritrovata popolata da diverse generazioni unite dalla stessa passione. I Chemical Brothers vantano una storia che affonda le sue radici ben ventritrè anni fa (quando ancora si chiamavano Dust Brothers) e nell'arco della loro lunga carriera sono riusciti a catturare le attenzioni dei più giovani senza trascurare lo zoccolo duro dei vecchi fan. Londra nei primi anni novanta era la culla di una nuovissima scena elettronica, interessata a distruggere vecchi samples, a rendere tutto più veloce e diretto rispetto all'house o alla techno ma mantendendo comunque un groove intenso ed ipnotico. Formazioni come The Prodigy, The Crystal Method, Fatboy Slim e gli stessi Chemical Brothers hanno ridisegnato un decennio nell'ambito della musica elettronica, ed ancora oggi, attendendo l'uscita del nuovo album Born In The Echoes, ci si attende grandi cose dal duo londinese.

Fortunatamente, il concerto inizia appena finito il panino. I Chemical salgono sull'enorme palco dell'Hydrogen Festival, perlopiù occupato da uno schermo a led che va a riempire tutto il fondale del palco e fari e laser a pedrita d'occhio. Nel giro di dieci minuti sganciano i loro successi più famosi: Hey Boy Hey Girl, Swoon e il nuovissimo singolo Go completamente destrutturato ed incattivito rispetto all'originale. A differenza di un normale dj-set, i Chemical Brothers si sono portati in tour probabilmente metà della loro strumentazione da studio; ci sono sintetizzatori a perdita d'occhio, drum machines e sample player, per cui ogni brano viene suonato e modulato dal vivo.

C'è da dire che oltre metà dello spettacolo è reso indimenticabile dai complessi disegni luce e i visual perfettamente sincronizzati alla musica; un'ora e venti praticamente senza interruzioni o sbavature, dove ogni brano si fonde assieme al seguente. Il momento più epico del concerto è stato sicuramente quando due enormi robottoni di almeno 6 metri di altezza sono sbucati sul palco senza che nessuno se ne accorgesse, sparando laser e fumo sul pubblico. Il concerto dei Chemical Brothers si è rivelato un'ottima fusione fra musica elettronica di altissima qualità e uno show visuale ipnotico e coloratissimo, andando ad accontentare sia il pubblico più esigente che i nuovissimi fan, ma soprattutto in grado di far ballare tutti indistintamente.


Tommaso Rocchi

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More Festival, 5-6 giugno 2015
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Lunedì 08 Giugno 2015 15:08

Venerdi 5 Giugno

Alla fine di una calda e afosa settimana nella pianura padana, chiunque sognerebbe di potersi rinfrescare in riva al mare, specialmente se la vista è quella di San Marco e si è tranquillamente adagiati in una terrazza nellIsola di San Servolo a bersi un buono e gelido spritz. Tra i tantissimi regali del More Festival, questa non è assolutamente cosa da poco. Come non da poco è stata la line up della serata di venerdì, con un Kristian Beyer (nei ruoli di Âme) a dir poco entusiasmante e una notevole jazz house dal sapore splendidamente accattivante.

I suoni erano diversi dalledizione scorsa (alla quale eravamo presenti) e il cambiamento è sempre un fattore positivo in campo musicale. Il More Festival anche questanno ha saputo rinnovarsi mantenendo quel piccolo tocco francese che funge da perno, attorno al quale ruotano le simpatie della dolce vita italiana: un piccolo sogno per i cugini doltralpe, che riguardo a dolce vita (soprattutto in Costa Azzurra) non ha molto da invidiarci, se non lunicità di un posto come Venezia.

Lintera serata è ruotata attorno a un dj set di 3 di Kristian Beyer, uno dei componenti del duo tedesco Âme, assieme al non presente Frank Wiedemann - in tournée con il progetto Howling. Era da un bel poche personalmente non sentivo della musica techno in live, e benché non sia mai sazio di Boiler Room il nobile Kristian non ha assolutamente deluso le già alte aspettative.

Il live di Deardrums (in world première con il nostrano Bottin) e il dj set del francese NaSayah sono stati caparbiamente allaltezza di uno dei mostri sacri della techno berlinese, e il live dei Villanova, con splendide influenze jazz-house, è proprio quello che si desidera ascoltare in riva al mare, guardando un tramonto davanti alla romantica Venezia e sbirciando mentre delicatamente si veste di notte.

Pedro Asti


Sabato 6 Giugno

Devo dire che la mia primissima volta al More Festival si è rivelata piuttosto emozionante e suggestiva. Giunto alla terza edizione, il festival si occupata di portare sull’isola di San Servolo musica elettronica di qualità, per quattro giorni di dj-set e live con un particolare interesse per la scena francese.

La musica inizia già dalla partenza: per arrivare all’isola di San Servolo è necessario partire con il traghetto messo a disposizione dal festival, con dei dj-set a cura dei ragazzi di Cipria (tutto rigorosamente in vinile) per arrivare già carichi alla festa. La serata sembra già partire per il verso giusto. Basta il panorama di Venezia bagnata dal tramonto per accendere un sorriso, uno di quelli che fai quando vedi una cosa bella. Dopo quanta minuti arrivo a San Servolo, un’isoletta minuscola occupata da insediamenti benedettini del VII e VIII secolo e da un rigoglioso giardino; manca veramente poco per sentirsi un nobile veneziano. Il cuore del festival si trova nel chiostro interno, con il palco principale e i chioschi dedicati all’alimentazione bio.

Quando arrivo i Synapson hanno già iniziato a riscaldare il pubblico, proponendo un dj-set con parti di tastiera suonate live e remix di un classico repertorio soul anni ’70, elaborate con molto gusto. Mi ha particolarmente gasato la loro scelta di includere More Spell On You di Eddie Johns nella loro scaletta, che forse non molti sanno essere la canzone dalla quale i Daft Punk hanno estratto il campione della loro famosissima One More Time. Il vero nome di punta della serata è stato però Dimitri From Paris, il dj e produttore di origini turche che si è guadagnato la fama collaborando con Chanel, Yves San Laurent e Jean Paul Gautier. Il suo set mette in primo piano il suo grande amore, la musica funk, passando attraverso l’house e la disco music; non mancano momenti da grande revival come Rondò Veneziano e James Brown, per non deludere nessuno del pubblico.

La serata procede spedita, i bassi sono profondi e non c’è la classica calca da discoteca. Il ritorno in barca di notte è forse ancor più suggestivo dell’andata. Veramente un’ottima serata passata al More Festival.


Tommaso Rocchi

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Watter, Ray Daytona & Googoobombos @ MAME - Radar, 13 febbraio 2015
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Lunedì 16 Febbraio 2015 14:01

Serata davvero fredda quella del 13 febbraio. Il circolo Mame ospita Radar eventi e Deesa Joe per un concerto diviso fra 4 diversi progetti musicali per sonorità e atmosfere.

Si parte presto sulle 10 con Holy Sons e la sua chitarra sporca. Il progetto acustico rende l'aria molto intima, il pubblico è sparso nella sala e le luci abbastanza soffuse. Quello che trasmette l’artista è una calma inaspettata, ottima per diluire la durezza di una settimana di studio o lavoro; verrebbe da lasciarsi andare sui divanetti ai pensieri meno impegnati e più dolci.

Segue il canonico momento di stop per il cambio palco. Si esce a fumare una sigaretta e Padova, con le rotaie a lato del locale, si vede per quel che è: una città ferroviaria, di studenti fuori sede, sali e scendi continui, luci fredde e animi spossati, rianimati solo da qualche concerto che sa offrire spunti alternativi all'estrema dose di calma giornaliera.

Rientrati salgono sul palco i Lilacs & Champagne, un nome un progetto. La musica che suonano va oltre le 11.30 e varia dal beatmaking alla psichedelia, dal controller della Native Instruments alle chitarre appiccicose come fanghiglia. Ci si perde nel percorso della loro esibizione: hanno delle buone trovate melodiche, qualche guizzo creativo forse troppo ripetitivo tirato per lunghe, nonostante ciò gli spettatori sono presi e attenti.

Le chicche però arrivano sempre alla fine. A mezzanotte scoccata ecco i Watter ad introdurre al viaggio sperimentale: vibrazioni di sitar, atmosfere esotiche, linee rette che nella testa di chi ascolta curvano e prendono forme cupe e sensuali. La band deve aver fatto evidentemente conoscenza con femminili terre a sud: la loro musica è dorata dal sole, asciugata dal passaggio della luna, profumata dai raccolti arancio e stesa al vento dello scirocco.

La notte viene scossa all’una dal terremoto surf e garage dei Ray Daytona & Googoobombos. Il gruppo vira drasticamente lo stile generale che da accaldato e crogiolato diventa incandescente e adrenalinico. Le chitarre tagliano di netto l’ultima barriera spaziale col pubblico tanto da salire sui cassoni posti al limite del palco, dominando muniti di effimera adrenalina la scena. Sale la sete e il bicchiere evapora senza rendersene conto, marchiando a fuoco la conclusione dello show. Sale un’assoluta voglia di tornare a casa e spararsi Machete, Grindhouse, film pieni di richiami Seventies.

Matteo Molon

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