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Omaggio a Tom Jobim @ Padova Jazz Festival, 15 novembre 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Lunedì 17 Novembre 2014 10:51

“Il Padova Jazz Festival ha raggiunto la maggiore età”. Esordisce così Flavio Rodighiero, assessore alla cultura del Comune di Padova, ignaro forse che l’edizione appena conclusasi era la 17esima. 

Gaffe a parte il Padova Jazz Festival si conferma sempre di più una manifestazione capace di portare in città sonorità pure e particolari che solo il grande jazz sa regalare.

Sabato 15 novembre, in un Teatro Verdi quasi esaurito, è andata in scena una serata unica in ricordo di Antonio Carlos Jobim. I pezzi del maestro della bossa nova sono stati suonati dal virtuoso del violoncello Jaques Morelembaum accompagnato, oltre che dal suo immancabile cappello di paglia, dal Cello Trio.

Dopo un inizio di concerto completamente strumentale, in cui l’unica nota di colore è stata la piroetta che il batterista Rafael Barata è stato costretto a fare dopo aver perso una bacchetta, sul palco è salita Paula Morelembaum. La voce di Paula ha riacceso il pubblico che si è lasciato andare ad un affettuoso applauso.

Paula Martins, oramai conosciuta con il cognome del marito, si è presentata in completo nero ed ha esordito pescando dal repertorio che Carlos Jobim ha prodotto con il maestro Vinicius de Morales. Dopo la riproposizione di un altro duetto storico che Jobim fece con la cantante brasiliana Gal Costa in onore dell’attrice Sonia Braga, Morelembaum ed il Cello Trio hanno dedicato la canzone a Gabriella Piccolo Casiraghi vera anima del Padova Jazz Festival.

Grazie alla voce di Paula ed ai virtuosimi di Jaquel al violoncello e di Lula Galvao alla chitarra, il tempo è volato al ritmo della bossa nova. Morelembaum ed il Cello Trio poi hanno voluto concludere il concerto con una chicca conosciuta a molti italiani. Hanno suonato infatti Águas de Março, una canzone scritta nel 1972 da Antonio Carlos Jobim e tradotta anche da Mina, che ne fece una splendida versione italiana intitolata Pioggia di Marzo.

La serata conclusiva di un Padova Jazz Festival dedicato alla figura di Jobim non avrebbe potuto avere testimone migliore di Morelembaum. I quasi dieci anni passati al fianco del maestro brasiliano hanno sicuramente lasciato il segno nel violoncellista che, emozionato, ha più volte ricordato sul palco l’eredità musicale che ha lasciato Antonio Carlos Jobim.

Per scoprire di più sulla figura del maestro brasiliano, nei giorni del festival è stata presentata un’opera letteraria che in Brasile è stata considerata una delle più importanti della scena musicale nazionale. La biografica “Antonio Carlos Jobim, una biografia”, scritta da Sergio Cabral è stata tradotta in italiano da Salvatore Solimeno, che ci ha così consegnato un documento fondamentale per capire l’importanza che ha avuto il maestro della bossa nova nella musica brasiliana.

Accanto alla rivoluzione rock a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, infatti, dal Brasile ne giungeva un’altra, più dolce e delicata, con delle sonorità capaci di influenzare l'intera scena jazz mondiale. Grazie a Gabriella Casiraghi, il Padova Jazz Festival ha così trasformato per una sera una piovosa Padova in Ipanema. 

Antonio Massariolo

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Morrissey @ Gran Teatro Geox, 22 ottobre 2014
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Lunedì 27 Ottobre 2014 17:55

 

Sottotitolo: come mi scatta la competitività quando mi assegnano un posto in tribuna! Soprattutto perché di solito mi ritrovo seduta vicino a persone che pretendono di riuscire a scrivere un pezzo migliore del mio, ma col cavolo che glielo lascio fare.

Morrissey sceglie Padova per l'ultima data italiana del suo tour (dopo essere stato a Roma, Milano, Bologna, Pescara, Firenze), che continuerà PER SEMPRE, perché mi rifiuto di vivere in un mondo in cui né Morrissey né gli Smiths suonano dal vivo!

21:30: sul telo steso a coprire il palcoscenico vengono proiettati video di Ramones, Nico e clip d'annata delle proteste contro la Lady di ferro Margaret Thatcher. Sono praticamente un regalo, significano che è tutto normale, lui è lo stesso di sempre, non importa quante case discografiche lo scaricheranno o quante malattie lo colpiranno. Bene. Ho già il magone.

Escono in formazione compatta, lui e i suoi musicisti, ed iniziano con "Hand in Glove" (concessione ai fan degli Smiths), poi solo pezzi dal nuovo "World Peace is None  of Your Business", il suo decimo album, intervallati da classici come "Everyday is like Sunday" e "You Have Killed Me", che diventa il momento di vero trasporto della serata, sentitissima dal pubblico. "I'm Throwing My Arms Around Paris" e la voce è sempre quella, la stessa degli anni '80, solo con qualche momento di incertezza, in cui diventa roca, ed è bello lo stesso.

"Do I look insane? Well, I am!" sono le parole che precedono "Trouble Loves Me" e poi "Life is vicious and disgusting and then it get worse" un attimo prima di "I'm Not a Man", chiaro. Aspetto trepidante che qualcuno raccolga in un libro tutte le cose che dice durante i concerti, al più presto!

Altri nuovi pezzi molto, molto belli, ne abbiamo? Si, "Kiss Me a Lot" per esempio, o "Istanbul" che quasi sfocia nello stoner, mi chiedo se sia merito dell'influenza degli eccellenti musicisti che lo accompagnano, praticamente tutti americani. Ancora, "The Bullfighter Dies" e "World Peace is None of Your Business" e finalmente "Meat is Murder" unica altra incursione nel repertorio The Smiths, lunghissima, inquietante, accompagnata da terrificanti proiezioni di animali che vengono macellati/maltrattati.

Chiude con "One Day Goodbye Will Be Farewell", perché non poteva essere altrimenti. Della camicia blu che lancia al pubblico non rimangono che stracci, anzi, nemmeno quelli. Vedo un tizio della security strapparla e dare i pezzi ai fan. Si, esatto! Avete capito bene: c'è gente che in questo momento sta costruendo un altarino per il brandello di camicia che si è portata a casa dal concerto e io no! La vita è ingiusta, ma già si sapeva.

Vale per tutti, quelli che lo amano e quelli che invece lo odiano, Morrissey va visto almeno una volta nella vita. "I'm not a man, I'm something much bigger and better than a man" e io alla fine gli ho creduto.

Elena Donatello

 

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Tycho Radar Festival, 25 luglio 2014
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Domenica 27 Luglio 2014 17:14
La quarta edizione del Radar Festival ha visto un vero ed effettivo cambiamento rispetto alla precedente impostazione, assumendo la portata di un grande festival di livello nazionale. La quarta giornata ufficiale del Radar ha visto come protagonista l’elettronica declinata in tutte le sue forme, con l’eccezione di Dente, l’unico grande estraneo di questa giornata. Come sempre si è dato grande risalto alle band e agli artisti italiani, a quelle novità più interessanti che sempre più spesso tendono ad essere ignorate o a passare decisamente in secondo piano.
Purtroppo essendo arrivato verso la fine del live di Machweo ho potuto ascoltare dall’inizio solo il giovanissimo Yakamoto Kotzuga, che nonostante il nome è della provincia veneziana e ha proposto un set fortemente influenzato da sonorità post-dubstep intrecciate con la chitarra elettrica. Dopo Dente seguono gli In Zaire, dall’animo talmente noise da non capire quando finisce il brano da quando inizia l’improvvisazione. Il set dei primi ospiti internazionali, gli inglesi Plaid, si è rivelato un po’ deludente, se non altro per il fatto che avrebbe trovato un miglior posizionamento come fine serata; al contrario, l’italiano Populous si è rivelato il più interessante della giornata, pur avendo dei volumi talmente bassi da penalizzare l’effettiva resa della sua esibizione.

Tycho, l’headliner della serata, è stato sicuramente uno dei nomi più attesi di questo festival. Il quarto album del produttore californiano, Awake, è stato uno dei dischi più interessanti di questo 2014, grazie alla sua efficace fusione di elettronica e post-rock. Tycho si è infatti presentato con la sua band, per un concerto tutto suonato che di elettronico mantiene solo la struttura: è riuscito infatti a creare un personalissimo lessico musicale, formato da suoni e forme-canzone peculiari. Purtroppo un’arma a doppio taglio: se da un lato emerge una personalità spiccata e ben definita, dall’altra un’ora e venti di concerto tende a diventare un po’ pesante, per via dei brani molto simili far di loro.
 
Tommaso Rocchi
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Massive Attack @ Hydrogen Festival, 9 luglio 2014
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Giovedì 10 Luglio 2014 00:00

Negli ultimi anni Padova ha visto una grandissima espansione di concerti di calibro internazionale, con una tendenza progressiva al pop delle grandi masse. Proprio per questo il nome dei Massive Attack nel cartellone dell'Hydrogen Festival spicca particolarmente, specie se rapportati ad Emma e Negramaro o a vecchie glorie come Scorpions e Robert Plant. Eppure a dispetto delle apparenze, il duo di Bristol calca le scene da quasi 25 anni, arrivando a imporre un concetto nuovo di musica che influenzerà moltissime generazioni future. Con i Massive Attack nascerà il Trip-Hop, un nuovo modo di affacciarsi alla musica elettronica e alla commistione di generi.

Purtroppo il concerto si era già aperto con moltissimi dubbi, prima di tutto sul suo effettivo svolgimento: pioggia torrenziale alternata a momenti di calma, con relativa ansia da parte del pubblico e soprattutto degli organizzatori, terrorizzati dall'idea di dover rimborsare biglietti. Fortunatamente il ghiaino dell'anfiteatro Camerini ha evito pozzanghere di dimensioni immani, permettendo a una folla bardata con ponchos, ombrelli e impermeabili di farsi posto sotto il palco. L'ingresso in scena dei Massive Attack e della loro band si è aperto con luci stroboscopiche e l'elegantissima voce di Martina Topley-Bird, la voce femminile che ha caratterizzato la maggior parte dei brani dell'ultimo album Heligoland. Insieme a Martina sul palco si sono alternati anche Deborah Miller e soprattuto il cantante reggae Horace Andy, da sempre collaboratori storici della band.

La cura del suono è l'aspetto che emerge di più dal concerto: le animazioni, i giochi di luce, passano tutti in secondo piano rispetto alla paurosa quantità di bassi che investe il pubblico ad ogni colpo di cassa. E' un groove ipnotico, costante e regolare, che però non va a nascondere l'architettura superiore del brano. Ci si ritrova ad ondeggiare su beat funk e rnb in un continuum pressoché ininterrotto, su di brani storici come Karmacoma, Unfinished Sympathy e la famosissima Teardrop. I Massive Attack riescono a porre di fronte all'evento spettacolare del concerto live soprattutto la musica e la cura del suono, componente che sembra ormai messa sempre più in secondo piano nei concerti di grandi nomi del Pop. Un concerto che è ben valso un'umida attesa sotto la pioggia.

Tommaso Rocchi

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Matmos + Jeff Carey @ Spazio Aereo, 9 giugno 2014
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Giovedì 19 Giugno 2014 15:24

Arriviamo in quel di Marghera verso le 22.00, di corsa, trafelati, persi tra rotonde improponibili e tipici paesaggi post-industriali che si affacciano sulla laguna. “La cornice perfetta per lo show!”, penso tra me e me.

Lo “Spazio Aereo” mi piace fin da subito, un club di media dimensione, dotato di un’ottima acustica e di un impianto audio quadrifonico. Questa è una chicca che da fonico ho apprezzato tantissimo, poiché in quadrifonia non si sta semplicemente di fronte alle fonti sonore, avendone due alle spalle vi si è immersi dentro, e lo spazio sonoro acquista una tridimensionalità unica.

“Hai ascoltato qualcosina degli artisti che si esibiranno?”, mi chiede Angela, che mi accompagna a vedere il concerto: “Qualcosina sì, ma non è il mio genere” rispondo io, standomene sul vago, guardando Jeff Carey salire sul palco.

Da questo momento è  il delirio, o meglio, “Hardcore Digital Noise”, come lui stesso lo descrive: l’esibizione si compone di purissimo rumore digitale, prodotto da un joystick e da una tastiera da nerd, il tutto montato su di uno stativo a molla, figo almeno quanto quello di “Boosta”, tastierista dei Subsonica. Sincronizzati ai suoni ci sono i bagliori di fredde luci stroboscopiche e led bianchi, ossessivi e quasi epilettici, in cui il silenzio equivale all’oscurità.

In questo ambiente sonoro privo di qualsiasi riferimento ritmico Jeff ondeggia in uno stato di trance, mentre tutti noi rimaniamo immobili, disorientati, quasi come se nessuno abbia il coraggio di fare alcunché. Siamo storditi da un fronte sonoro davvero massiccio, impegnativo da reggere a livello fisico e visivo e ancora più difficile da metabolizzare a livello mentale. Pura dinamite: uno “Sbarco in Normandia” accuratamente sintetizzato da un computer, angosciante e delirante fino all’estremo… eppure coinvolgente!

altTerminata l’esibizione sentiamo il bisogno di prendere un po’ d’aria, pausa durante la quale avviene il cambiopalco. Rientrati in sala l’atmosfera cambia radicalmente, e veniamo accolti da questi due simpatici signori americani in camicia a maniche corte e cravattino, che come i tipici turisti a Venezia ci salutano in un italiano stentato e molto comico. Ci introducono ad una serata di musica sperimentale con la promessa di non farci ballare neanche per un secondo, e scatta l’applauso generale. 

Gli strumenti musicali in questo caso si compongono di mixer e multieffetti dai routing straordinariamente complessi, un campionatore per la voce e “poco altro”, per usare un eufemismo. 

Il live ha un’importantissima parte visuale data dal grande schermo alle spalle del palco che propone viaggi lisergici sempre sincronizzati con la musica.

La sperimentazione elettronica dei Matmos è qualcosa di veramente unico: i brani scaturiscono da un semplice pattern ritmico o da una clip sonora campionata che può essere un suono prodotto da un oggetto, un metronomo, un sasso, un bicchiere.

Con lo scorrere dei secondi la trama sonora diventa via via più fitta, effettata, intricata, si sviluppa nello spazio quadrifonico, in un climax ascendente senza apparenti melodie, in cui l’accostamento “stonato” dei suoni unito allo spettacolo visivo ti coinvolge in maniera totale. Si spazia da un discorso di M.C Schmidt (che sta sulla sinistra del palco), a sintetizzatori analogici, a profondissimi riverberi, a suoni ambientali: “You know, this is experimental music!”

In realtà qualche testa ogni tanto ondeggia a ritmo, qualche piedino batte a tempo di musica, segno che il duo non abbandona una certa idea di ritmo, e la cosa conforta parecchio il mio ego musicale. Scrosciano infine gli applausi nel sapere che gli ultimi brani sono degli inediti. 

Rimango immobile davanti al palco per quarantacinque minuti abbondanti, al termine dei quali mi sento leggermente alienato e disorientato. La sensazione più strana l’ho avuta ascoltando nuovamente un brano in 4/4 sulla strada verso Padova: i Matmos si sono spinti veramente molto oltre la comune accezione di musicalità. Non li definirei pionieri, ma di certo si occupano di spostare sempre più avanti il limite della ricerca sonora al servizio dell’arte. E Jeff Carey? E' un pazzo, che però sa il fatto suo!

Michele Billato

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