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Avere l'acqua che ti gocciola addosso e fregarsene abbondantemente. Sabato l'ex-macello è stato avvolto dalla magia di Ólafur Arnalds, il pianista islandese che negli ultimi anni è riuscito a dare nuova linfa al filone neoclassico. Un pianoforte, un quartetto d'archi e un kit elettronico sconfinato popolavano il palco, avvolto in un silenzio quasi religioso, interrotto solo dalle poche gocce di pioggia che di tanto in tanto colpivano il pubblico, ammaliato dalla bellezza della performance, ornata solamente da luci soffuse e delicate contrapposte a flash improvvisi a formare il contrappunto alla musica. Suoni calibrati alla perfezione, definiti e cristallini, davano l'impressione di trovarsi dentro un teatro piuttosto che all'aperto, sotto la luna e le stelle.
Nato a Mosfellsbær, il musicista classe '86 ha iniziato la sua carriera come batterista hardcore/metal, e dopo aver realizzato alcuni brani strumentali per la band tedesca Heaven Shall Burn, nel 2007 realizza il suo primo album di composizioni originali, realizzando inoltre numerose colonne sonore e partiture originali per balletti, seguiti da moltissimi tour in giro per l'Europa e l'Asia.

Proponendo brani dal suo ultimo lavoro For Now I Am Winter e dalla sua passata produzione, Ólafur ben rispecchia lo spirito e la sensibilità tipico della sua patria. Così come i conterranei Björk e Sigur Rós, il pianista ben esprime, nella sua musica, le mille contraddizioni della terra del ghiaccio: una tema semplice, delicato, che come una lama di luce spinge verso una continua e totale apertura verso lo spirito e la bellezza della natura. Una natura chè è gelo che ti penetra dentro le ossa, timido spuntare dell'alba, una leggera pioggia estiva o una violenta tempesta marina, bella ma mai terribile , sconvolgente e sublime. Sabato Ólafur ha portato un pezzetto d'Islanda a Padova.
Tommaso Rocchi
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“This girl [Little Annie] was wearing winter underwear with a black leather coat on top of that, and she had a paper bag with a bottle of vodka in it, and she was backed up by five guys who had just bought their instruments, apparently. She was screaming about thorazine and being in a mental hospital and it was real!"
Così Frank Zappa, in un'intervista del 1980, descriveva l'esibizione di Annie Anxiety and the Asexuals, band newyorkese alla cui voce figurava una giovane Ann Robie Bandes, aka Little Annie. Una descrizione che si conclude con un'apparente ovvietà: “... and it was real!”. La performance era stata autentica nonostante la cantante sfoggiasse biancheria intima e bevesse vodka, e nonostante i musicisti a supporto fossero improvvisati.
Il 9 maggio Little Annie e Baby Dee hanno tenuto un concerto al Macello. Stavolta le circostanze sono diverse - con un pianoforte a coda, supportate da un violinista poco improvvisato, le due si atteggiano da dive e per un'ora abbondante cantano, ballano e scherzano con il pubblico – eppure la sensazione finale è rimasta la stessa: “it was real!”. Già, perché, da quando Baby Dee si è seduta al pianoforte e Little Annie è salita sul palco sostenuta dal bastone, il pubblico ha potuto ascoltare dei pezzi diretti e sinceri, che ricordano gli angeli andati troppo presto (Angels Gone Before), che invocano l'amore per sconfiggere l'autunno della vita (Love To Break The Fall) o che raccontano l'abbandono (Never Dreamed You'd Leave In Summer, Back In The Day).
Insomma, una sensibilità da chansonniers più che da ragazzacce industrial (va ricordato infatti, il passato artistico delle due: Little Annie ha collaborato con i Coil, con Steven Stapleton e fa parte del collettivo che ruota attorno a David Tibet, ovvero Current 93; anche Baby Dee fa parte di tale collettivo, e ha dalla sua, oltre a una carriera solista decennale, collaborazioni con Antony And The Johnsons e Marc Almond). L'emotività non è, comunque, l'unico canale espressivo. Baby Dee ci tiene infatti a chiarire:
“We met Jesus. Yes, we met Jesus in Detroit. And he said we were terrific.”
L'ironia e la confidenza data al pubblico creano un'atmosfera più vicina al cabaret che a un concerto jazz. I pezzi personali ed emotivi vengono così bilanciati da un umorismo sbilenco e surreale. Il pubblico ha potuto assistere ad un concerto reale per tre motivi: la sincerità, il divertimento e il coraggio. Nel 2008 Baby Dee ha pubblicato come singolo The Dance of Diminishing Possibilities, canzone che racconta della scoperta di un'arpa all'interno di un vecchio pianoforte distrutto. E in un intervista al Chicago Tribune, ha asserito:
"I am really inspired by the simplicity and beauty of love. I am a transsexual — I am a house of mirrors. I am not, by nature, simple [...]. This was a way to allow myself to get into the simplicity of desire that is not accessible to me — to assume the role of the lover and the beloved."
Lei e Little Annie divertono ed emozionano perché riescono, contemporaneamente, a mostrarsi per ciò che sono e a ridere di sé stesse. Forse è proprio questo il segreto per creare uno spettacolo autentico.
Andrea Callegaro
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Con i Soft Moon può facilmente capitare di provare il classico colpo di fulmine. Capiamoci, per la loro musica, ovviamente. Solo gli aggettivi che il Looop aveva usato per presentare il gruppo di San Francisco, mettevano l'acquolina in bocca: coldwave + krautrock + shoegaze.
Al nostro arrivo al Bastione Alicorno scopriamo subito che oltre al fumo, le luci, le pose plastiche e i cipigli imbronciati, c'è anche sostanza. Tutto il minimal che ci avevano promesso, il synthpunk e pure la drum machine. Suonano pezzi di entrambi i loro LP, con particolare attenzione all'ultimo lavoro Zeros, uscito proprio alla fine del 2012. Il pubblico è coinvolto come non mai (molto coinvolto, tipo "viva gli anni '80 e viva gli allucinogeni") Ci sono le groupies in giubbino di pelle, gli invasati, gente che tenta il pogo. Post punk ed elettronica sono sempre una grande accoppiata, non c'è che dire.
Il loro tour prevede un concerto a sera, quindi dopo Roma, Milano, Bologna e Padova se ne vanno di corsa in Francia e tanti saluti. Speriamo in un loro ritorno quanto prima, la gente ha bisogno di vestirsi di nero e sognare i Bauhaus e i Soft Moon sono perfetti per questo scopo (anche se si vestono tipo gli Aucan e Peter Murphy rimarrebbe un po' deluso dalla loro presenza scenica).
Elena Donatello
Chissà come mai, al primo ascolto, mi è venuto in mente tutto Pornography dei Cure. La band di Luis Vasquez sembra aver raccolto il testimone delle band degli anni '80, il loro lato più cupo ed oscuro, il tutto però condito con i suoni degli anni 2000 e rotti. Grandi e suggestivi giochi di luce andavano a compensare la loro presenza scenica a volte eccessivamente statica, e il Looop Club era invaso da suoni vaghi, corposi eppure impalbabili, supportati da una sezione ritmica dal groove irresistibile.
Ritmo che ha contagiato anche il pubblico, a volte un po' troppo molesto (chiedetelo alla Donnie, che ha spintonato un capellone, probabilmente sotto acido, che ha ballato per tutto il concerto in prima fila sventolando i suoi capelli traslucidi), ma che dopotutto si è divertito molto. Sempre che non avesse avuto a che fare con la Donatella.
Tommaso Rocchi
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Il Blues esce dall'anima, se sei un musicista o ce l'hai nel cuore, nella testa e nelle dita, oppure è meglio che fai altro.
John Mayall, alla veneranda età di 79 anni, di blues se ne intende ancora molto e, fin dalle prime note del concerto che ha tenuto al al Gran Teatro Geox il 10 dicembre, si capisce subito il motivo per cui è stato spesso definito un punto fondamentale per la scena musicale inglese.
Godersi uno spettacolo di un uomo che all'attivo ha ben 52 album significa assistere ad un pezzo di storia, e già dal suo ingresso in scena Mayall stupisce tutti. Rilassato, allegro e scherzoso per gran parte del concerto lascia la scena alla sua band, limitandosi più al ruolo di accompagnatore che di grande solista. Rocky Athas alla chitarra Gibson, Greg Rzab al basso e Jay Davenport non hanno certo sfigurato e, tra assoli infiniti di chitarra e ritmi indiavolati di basso e batteria, lo show è stato molto piacevole.
Il pubblico, completamente innamorato del bluesman con il codino, ha assistito estasiato ai duetti di Mayall con i componenti della band e non ha trattenuto gli applausi quando sul palco è salito Rudy Rotta, chitarrista blues italiano dal talento cristallino.
Lunedì 10 dicembre la storia del blues inglese è salita sul palco del Gran Teatro Geox, l'uomo che attraverso la sua band ha scoperto musicisti del calibro di JacK Bruce, Eric Clapton, Mick Taylor, Larry Taylor e Peter Green ha calcato il palco padovano per una delle due date italiane. Il blues non ha età, e John Mayall ne è la perfetta rappresentazione.
Antonio Massariolo
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Goran Bregovic è stato accolto venerdì sera da una Padova innevata, come se l’inverno di Sarajevo avesse voluto inseguire per una sera uno dei suoi più caratteristici personaggi. Raggiungere il Gran teatro Geox è stata un’impresa: dopo una prima tratta, in un autobus pieno di gente infreddolita e scalpitante all’idea delle danze tzigane, la passeggiata tra le nevi, costeggiando una tangenziale dal manto bianco, guidati nel passo dalle scritte sulla neve poggiata sulle macchine parcheggiate lungo la via: prima macchina “GORAN”, seconda macchina “BREGOVIC”.
Il primo intoppo è all’entrata: qualche furbone si è intrufolato senza biglietto per cui ci fanno attendere fuori fino a che la security non termina i controlli. Il ritmo gitano della Wedding and Funeral Band già tamburella nelle nostre orecchie e scioglie spalle e ginocchia ancor prima di entrare in sala. Un paio di canzoni le abbiamo perse ma poi eccoci pronti per la serata. Premetto che mi ha sempre un po’ infastidito la musica balcanica in certi contesti. Una musica che quando viene esibita in un contesto culturale troppo diverso dal proprio può facilmente diventare pretenziosa dato che perde il suo senso originario, un senso nato da umili origini per un pubblico che ha sempre saputo danzare sulle proprie tragedie, che ha vissuto le vicissitudini di Sarajevo e Belgrado e l’asprezza dei Balcani e che ne sa quindi apprezzare la forte violenza ed ironia.
Tuttavia stasera il pubblico di Padova ha voluto farsi mettere alla prova da uno dei più grandi esponenti moderni di questo genere, Goran Bregovic, che con la sua ensemble ha infuocato e fatto innamorare il Teatro Geox durante la tormenta di neve. Cordiale, beffardo, sensuale e ipnotico, Bregovic ha tenuto splendidamente il palco per due ore con l’aiuto di trombettisti avvinazzati e coriste in abito tradizionale. Il grande compositore canta seduto e appare in forma, sorridente con il suo bicchiere di vino rosso da intervallare alle ballate. Il teatro è bello caldo, ci facciamo largo tra un folla allegra e danzante e quasi raggiungiamo il palco. A voltarsi indietro il Geox è stracolmo, posti a sedere fitti fitti in galleria e noi immersi in un mare di improvvisati ballerini. Un mare ora tranquillo, che si increspa appena alla brezza dei brani più delicati, e un mare ora tumultuoso, ingrossato dai pezzi più accesi. Per un attimo si rasenta il concerto punk, con un cerchio della morte che si genera davanti al palco quando il pubblico intuisce che sono in arrivo perle storiche come l’intramontabile Kalašnikov.
In scaletta ci sono i brani dell’ultimo cd Champagne for Gypsies, nato dalla reazione alle violenze contro i gitani che avvengono in Europa e dalla voglia di mostrare la bellezza della loro musica. Per questo motivo l’album contiene numerose collaborazioni con musicisti internazionali gitani, quali i The Gipsy Kings per il brano Balkaneros. La vera magia nasce però quando Bregovic intona In the death car tratta da “Arizona Dream” di Kusturica e tutti assieme ne seguono il ritornello danzando abbracciati e cantando a squarciagola. La scena che si delinea davanti ai miei occhi è quella di una mite orchestra su palco che si scontra con il suo pubblico sottostante, movimentato e quasi punk. Ora capisco l’intento di Bregovic per il suo tour Champagne for Gypsies: sono Goran e la sua banda (e potrei dire tutti i gitani del mondo) per un momento a guardarci dall’alto in basso mentre ci agitiamo in un’unica massa informe al suono della loro melodia. L’artista balcanico ha offerto ancora una volta una serata di ottima qualità, ubriacandoci di un eccellente Champagne for Gypsies, che per altro - stando alla condizione dei bagni del teatro post concerto, trasformatisi in spogliatoi d’eccezione – si rivela anche degna alternativa ad un’ora di palestra, per un pubblico a fine serata stremato ma, e soprattutto, soddisfatto.
Francesca Papais e Roberto Talin
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I Blood Red Shoes sono solo in due, ma come tanti altri loro amichetti che "sono solo in due" (The Kills, gli israeliani Carusella, The White Stripes) riescono a fare un bel po' di casino comunque.
Adoro il minimalismo di un duo che spacca. Due è il numero perfetto, il due è il nuovo quattro, non mi stancherò mai di ripeterlo. Poi, loro in particolare, sono punk per attitudine, quindi mi stanno ancora più simpatici. Steven e Laura-Mary si sono incontrati alla fine del 2004 e hanno iniziato a suonare insieme dopo lo scioglimento delle rispettive band. Il loro stile si rifà ai Fugazi, Sonic Youth, Babes in Toyland e Pixies. Curiosa di vederli dal vivo, trascino i miei amici in prima fila per godermi lo spettacolo meglio che posso (davanti al pogo, NON DIETRO! CHE POI NON VEDO NIENTE E MANNAGGIA AL FATTO CHE SONO BASSINA!).
Niente gruppo spalla, salgono subito loro sul palco, verso le dieci circa. Inizio un po' blando a dire il vero, l'atmosfera inizia a scaldarsi (sembra quasi una contraddizione) proprio dopo "Cold", un pezzo nuovo tratto dal loro terzo ed ultimo album "In Time to voices". Vero, si distanzia per sonorità dai due lavori precedenti, un po' più forti, d'impatto, ma il risultato è sicuramente piacevole, più maturo e consapevole.
Il concerto si apre con "It's Getting Boring By The Sea" canzone presente anche nella soundtrack del film "Scott Pilgrim vs. The World" che è stata scelta dal regista stesso, grande fan del gruppo. Si continua con "This is not for you" durante la quale, devo per forza scriverlo: i tentativi di pogo manifestati, servono più che altro a scavalcare le file e tentare di attirare l'attenzione di Laura! (si, sto scuotendo la testa e sto anche borbottando "I soliti MASCHI!"). "Lost Kids" pompata e un po' di cori da stadio in "LIGHT! IT! UP!", tutto molto divertente.
Laura, oltre che molto bella, si dimostra essere una chitarrista con i contro***** anche se forse bisogna ammettere che il più virtuoso fra i due è Steven, il batterista. Molto carica anche "This is not for you", poi la scaletta ufficiale si chiude con "Colours fade". Dopo una brevissima pausa, tornano sul palco richiamati da fischi ed urla. Eseguono un pezzo strumentale a ruoli invertiti e si ha l'impressione che anche loro si divertano molto sul palco, in particolare questa sera, cosa che riesce sempre a riscaldare il mio piccolo cuoricino fatto di basalto.
I pezzi fuori scaletta sono "Je Me Perds" e "I Wish I Was Someone Better" i più "pesanti"del loro repertorio, usati magistralmente, per finire con il botto. Così ci salutano, ciao ciao, un sacco di grazie storpiati, sorrisi, cocktail in mano. Un altro sold out per il Looop, anche di martedì, dettaglio che non va tralasciato per nulla al mondo! Io ho già voglia di risentirli!
Ho catturato l'ennesima scaletta: questa è strappata perché fa più punk!
Elena Donatello
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Alle 21 si abbassano le luci, tutto il pubblico (che è un misto di over 40 e ventenni) è impaziente, la migliore tribute band al mondo dei Pink Floyd sta per esibirsi con il nuovo show titolato ‘’A foot in the Door’’. Un fascio di luce illumina il chitarrista Harrison che esegue con la sua Fender le prime note della malinconica Shine On You Crazy Diamond, struggente omaggio a Syd Barrett, mentre il pubblico seduto ammira quello che poi si rivelerà una genuina reincarnazione dei Pink Floyd dal vivo.
La qualità del live è altissima: la formazione si avvale di musicisti di grande livello, dal direttore artistico Damian Darlington (voce, chitarra e lapsteel) al bassista Ian Cattell, fino alla chitarra solista di Bobby Harrison, il sassofonista e percussionista Carl Brunsdon, il batterista Arran Ahmun, il tastierista di Rob Stringer e le coriste di Rosalee O'Connell, Jacquie Williams, e Ola Bienkowska. Il fenomeno Brit Floyd è stato accolto a braccia aperte dai fan di tutto il mondo ed è stato apprezzato anche per l’inconfondibile animazione “Floydiana” fatta di arte e luci, infatti dietro al palco vi era uno schermo circolare, sul quale venivano continuamente proiettate immagini, film e animazioni 3D sincronizzate con i brani eseguiti.
Gli effetti speciali come laser, fumi e luci psichedeliche combinate con una scaletta fenomenale hanno fatto del concerto di domenica un evento che ha emozionato tutti coloro che hanno vissuto la musica dei Pink Floyd nel pieno degli anni ’70, ma anche chi non ne ha avuto la possibilità, come i giovanissimi che grazie allo Show dei Brit Floyd si sono proiettati indietro nel tempo e hanno sognato ad occhi aperti lasciandosi trasportare dai suoni dei maestri del rock progressivo inglese. Il concerto era un alternarsi di sentimenti, silenziosa ammirazione durante canzoni come The Great Gig In The Sky, Hey You, Eclipse e invece partecipazione e fervore in Another Brick In The Wall, Run Like Hell, Wish You Were Here. C’è spazio anche per un momento teatrale, quando il cantante bassista Ian Cattell è entrato nei panni di un generale delle SS e di un dottore richiamando così i video ufficiali dei Pink Floyd nelle canzoni “Is There Anybody Out There?” e “Comfortably Numb”.
Dopo 3 ore di concerto la band viene presentata dal leader Damian Darlington che accoglie i meritati applausi del pubblico, le luci si spengono, sembra tutto finito tant’è che molti si alzano per uscire dal teatro, ma dopo qualche minuto riprendono a suonare un’ elettrizzante bis di “Run Like Hell”. Il pubblico è in standing ovation, molti giovani che hanno mal sopportato l’idea di stare seduti per tutto il concerto finalmente si alzano e vanno sotto il palco per godersi l’ultima canzone che consacra la fine del concerto. In certi di casi non vale la regola de gustibus insomma, The Dark Side of the Moon è uno degli album più venduti di tutti i tempi e tutt’oggi continua vendere. I Pink Floyd sono entrati nella storia e i Brit Floyd ne fanno un grande omaggio.
Giulia Da Campo
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Eccezionale serata al Gran Teatro Geox di Padova dove è salito sul palco uno dei più famosi chitarristi internazionali: Steve Vai. Quella padovana è stata la prima data italiana del tour mondiale di presentazione del nuovo album “The Story Of Light”, pubblicato lo scorso 7 Agosto.
Steven “Sirio” Vai, virtuosissimo chitarrista e compositore moderno, ha entusiasmato il pubblico con quasi tre ore di sound potente e intenso, facendo emettere alla chitarra delle sonorità uniche con una facilità quasi innaturale. Sul palco con lui non potevano non esserci veri ed instancabili musicisti: alla chitarra Dave Weinerche, Philip Bynoe al basso, l’esuberante batterista Jeremy Colson e Deborah Hensons, unica donna sul palco, alle prese con la sua affascinante arpa elettrica. Lo spettacolo è stato corposo e ricco di energia con brani estratti dal nuovo album, come “Velorum”, la stessa “The Story Of Light” e l’immancabile “Tender Surrender”.
Vai si è scatenato sul palco con le sue colorate Ibanez 7 corde, colori ripresi anche dai suoi eccentrici abiti che ha sfoggiato nel corso del concerto, il tutto contornato da una fantastica scenografia, quasi fiabesca. Uno show completo quindi, a tratti teatrale, con un ottimo coinvolgimento di pubblico nel quale gli immancabili super fan da prima fila sono stati invitati a partecipare sul palco componendo delle canzoni con dei motivetti accennati sui quali Vai, insieme all'intera band, improvvisava un intero pezzo che si rispetti, compreso di arrangiamento.
A conferire ancora più magia all'atmosfera e godibilità all'esibizione, un Teatro Geox non straripante ma composto da una platea di veri intenditori: una nicchia di persone che sapevano di avere a che fare con un mostro sacro del rock e che ascoltavano in religioso silenzio, lasciandosi cullare dalle note per rendere il tutto ancora più suggestivo e surreale.
Cosa mi ha insegnato questo concerto? Che talvolta la voce può monopolizzare l'attenzione facendo perdere all'ascoltatore la visione dell'insieme, cosa che non accade quando a parlare sono le coreografie, le luci, i suoni e, soprattutto, la chitarra.
Lorenzo Malavolta
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Sono le 21.45 e al Geox scendono le luci, lo sfondo del palco si colora di azzurro, entra la band, entra Mika.
Il concerto si apre con “Blame It On The Girls” per dare la carica: non c’è il tutto esaurito, ma il pubblico presente è già caldo e non vede l’ora di iniziare. Subito rimango colpito dalla sua voce e dal livello tecnico della band: un mix di freschezza e carisma che rende Mika un cantante eccezionale.
Prima di questo concerto conoscevo solo i singoli che passavano per radio, quindi avevo passato i giorni precedenti ad ascoltarmi anche le altre canzoni, in modo da essere preparato e riuscire a “gustarmi” questo live. Devo dire che le registrazioni in studio non rendono giustizia alla pura esuberanza di Mika dal vivo: è come ascoltare un artista completamente diverso, che canta balla e si scatena senza mai fermarsi e senza mai compromettere una canzone mentre salta sul palco, o mentre picchia i tasti del pianoforte; mentre ripropone i suoi successi come “Billy Brown” e “Relax Take It Easy” ci mette un’energia e un intensità che fanno del loro suono registrato su cd versioni fredde e distaccate al confronto.
Nonostante fosse il tour promozionale per il suo ultimo album, “The origin of love” - uscito il 18 settembre scorso, la scaletta comprendeva anche un buon mix dei suoi due album precedenti “Life in cartoon motion” e “The boy who knew too much” e il pubblico del Geox conosceva già i suoi ultimi successi così come quelli di vecchia generazione.
Verso metà concerto, più precisamente durante “I Hate Days Like This” ci sono stati dei problemi tecnici all’impianto audio esterno, Mika interrompe la canzone facendo il cenno del “time out” con le mani ai componenti del suo gruppo e inizia ad improvvisare con il pubblico dando prova così anche delle suo doti di showman, cosa che riproporrà successivamente con il brano “Lola”. Nel giro di pochi minuti il problema era già risolto, Mika urla “can you hear me now?” e si riparte con il suo pop frenetico.
Un concerto pieno di sorprese, mai scontato, che ha saputo regalare momenti intensi, arricchiti con l’entrata del coro gospel di Padova, vestiti con tuniche bianche decorate con enormi pois verdi.
Il momento più bello è quando Mika è rimasto da solo sul palco, seduto su uno sgabello, accompagnato dalle note di un pianoforte cantando ”Underwater” e trascinando il pubblico in un crescendo continuo di emozione e sonorità.
Verso la fine ecco “Celebrate” la hit del momento e subito dopo “Grace Kelly” il suo primo successo internazionale. Dopo aver fatto finta di uscire ritorna sul palco e chiude il concerto con “Lollipop” e “We Are Golden”.
Marco Molaro
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Ci avevano lasciati col fiato sospeso dopo aver annullato, per motivi pesonali, la data prevista per lo scorso 30 giugno che li avrebbe visti ospiti all’Hydrogen Festival di Piazzola sul Brenta. Ma avevano promesso che sarebbero tornati e così è stato, per la prima delle tre tappe italiane del Roses Tour, che toccherà, dopo Padova, Milano e Roma. Ad accoglierli una domenica uggiosa di pioggia e forte vento, condizione climatica che non deve essere poi così sconosciuta alla band irlandese (Limerick) che torna live in Italia dopo 10 anni di inattività, per un tour promozionale che prende il nome dall’omonico disco di inediti uscito lo scorso febbraio. Arrivo al PalaFabris che è già pieno di gente (e ombrelli), e l’attesa è breve: quasi fossero loro ad aspettare noi fans, i Cranberries salgono sul palco qualche minuto in anticipo rispetto alla tabella di marcia. Fin dai primi istanti si percepisce quella che risulterà essere la costante di questo concerto: la partecipazione attiva del pubblico in un'atomosfera confidenzale fatta di dare e ricevere, che vede la leader del gruppo Dolores O'Riordan interagire spesso coi fedelissimi fan, ringraziarli e "abbracciarli" affettuosamente.
Il concerto si apre con "Analyse" (Wake Up And Smeel The Coffee, 2001) seguita da "Just My Imagination" (Burry The Hatcher, 1999), due dei pezzi più spensierati – o meno cupi - del loro repertorio discografico. A colpirmi, di primo acchitto, è il look eccentrico di Dolores, che, di nuova bionda, sfoggia un’inconsueta mise stile cowboy, very poco irish. Ma vabbè, non formalizziamoci, mi ci vuole poco per chiudere un occhio: sarà infatti lei con la sua potente e bellissima voce e la gestualità incalzante la protagonista indiscussa della serata. Il concerto prosegue senza battute d’arresto con i nuovi brani di Roses, disco che lascia poco spazio alla sperimentazione e riconferma il percorso musicale del gruppo, senza stravolgere le sonorità delle produzioni discografiche degli anni precedenti. "Be With You" e "Ordinary Day", quest’ultima estratta da Are You Listening?, disco d’esordio della carriera solista della O’Riordan, precedono la prima breve pausa.
Pochissimi minuti e Dolores ritorna sul palco con un cambio di look: una gonnellina gothic-dark, decisamente più in linea con la mia idea estetica di “Cranberries”, riesce a renderla quasi più energica di prima, come se ce ne fosse il bisogno. Il concerto continua con una serie di grandi successi internazionali tiene tutti ipnotizzati: "Empty", "Linger", "Salvation", "Ridiculous Thought" alimentano la partecipazione del pubblico che canta, canta e canta.

Dopo la carellata di successi arriva lei, "Zombie", la canzone più attesa da tutti, o quasi. Apriti cielo, il pubblico intona il pezzo con una partecipazione tale da “togliere” il mircofono a Dolores, che l’avrà cantata milioni di volte; la canticchio anch’io, è subito 1994 e ho l’ansia per l’ora di matematica. Di nuovo una brevissima pausa; un sorso d’acqua e un secondo cambio d’abito per Dolores, che per l’ultima parte del concerto ci riserva un elegantissimo abito bianco, che un po’ aiuta ad addolcire l’imminente addio. Sul palco suona un’irruenta "Promises", che risveglia l’animo rock di tutti. Sono le undici passate quando i Cranberries ci salutano con l’ultima canzone, la bellissima "Dreams" (Everybody Else Is Doing It, So Why Can't We, 1992), pezzo che esprime al meglio lo spleen e il talento melodico del gruppo.
Puf! tutto è finito, di già. Io scappo a casa felice ed emozionata, ma con un unico grande rammarico: non aver potuto godere dell’ascolto del mio pezzo preferito dei Cranberries, "Ode To My Family": sicuramente mi avrebbe fatto scendere qualche lacrima ma poco sarebbe importato, le lacrime si sarebbero potute facilmente confondere con la pioggia e nascondere tra il cappuccio, e nessuno si sarebbe accorto della mia stupida emotività.
Sara Girardi
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Sono i newyorkesi-british più carini sulla piazza, ed il merito di averli portati a Padova va interamente al Looop Club. Fatico a rimanere oggettiva perchè i Pains Of Being Pure At Heart sono un concentrato di tutto quello che i gruppi di Glasgow come i Jesus and Mary Chain e i Pastels, gli irlandesi My Bloody Valentine e i londinesi Lush, hanno introdotto nell'ambiente musicale. Questo significa una sola cosa: sono assolutamente degni di nota. Se i gruppi citati qui sopra non vi dicono nulla, allora questa band non fa assolutamente per voi. Se invece, come me, la scena indie antecedente al vostro anno di nascita (anni ottanta, per intenderci) è parte integrante della vostra cultura musicale, allora nei Pains troverete dei degni eredi di quel periodo. L'atmosfera sognante, adolescenziale, new wave, unita ai testi dolci, malinconici, a volte tristi e crudeli, ma in modo sottile. Questo sono i Pains Of Being Pure At Heart. Chi nelle recensioni sul tour italiano li ha giudicati privi di originalità e presenza scenica, va come minimo svecchiato.
I Pains promettono bene, non si può affermare il contrario. Loro stessi ammettono di dovere tutto al panorama musicale UK degli anni '80 e non fanno niente per togliersi dall'impiccio.
I 4 newyorkesi sono giovani e hanno ancora bisogno di tempo per crescere, anche per questo la scaletta è organizzata in modo da dare uguale importanza a pezzi vecchi e nuovi, dopotutto il gruppo deve farsi ancora conoscere! Riescono comunque ad emozionare chi li segue dagli inizi e a coinvolgere i nuovi fan, acquisiti con il secondo EP, Belong.

Grandi assenti "Stay Alive" e "Say No To Love", un vero peccato, anche se personalmente mi ritengo soddisfatta per l'esecuzione delle altre canzoni a cui sono affezionata: "Heart In Your Heartbreak" "Young Adult Friction" la nuova e super orecchiabile "My Terrible Friend" le ormai note "Teenager In Love" e "This Love Is Fucking Right".
Unica pecca, sono sembrati un po' provati. La data padovana è la quarta in cinque giorni, dopo quelle di Torino, Roma e Bologna e si sente. Aver riempito il Bastione Alicorno mi sembra comunque un buon traguardo, per una band d'oltre oceano e che ha all'attivo soltanto due EP.
Ad aprire per loro, i londinesi Flowers, promettente giovane trio shoegaze/noise pop. Ascoltando la dolcissima voce della cantante Rachel, sembra di essere catapultati in un universo parallelo. Il punto è sempre lo stesso, riusciranno a farsi un nome fra tutti i gruppetti di cui brulica la scena londinese in questo periodo? Chi vivrà, vedrà.
La scaletta del concerto... con tanto di autografo!
Elena Donatello
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La prima immagine che mi si è presentata davanti all'entrata del gran teatro sono state una marea di sedie. Sedie davanti al palco, sedie ai lati, sedie dietro. Per carità, i Wilco sono sicuramente un gruppo da ascoltare con la dovuta attenzione, e la maggior parte del loro repertorio si basa su brani folk acustici molto dilatati e rilassati, ma da qui a considerarli un'orchestra classica mi pari ce ne passi parecchio.
Infatti già al terzo pezzo, Art of the Almost, la maggior parte del pubblico si è alzata e si è diretta sotto il palco per sentire meglio la band americana. Un concerto lunghissimo (più di due ore) e variegato, dove sono stati alternati i brani del loro ultimo LP The Whole Love assieme alle loro produzioni passate, mescolando assieme i suoni del country rock con synth elettronici ed atmosfere oniriche. Due ore filate con sei bis senza soluzione di continuità, fra una grandissima varietà di suoni ed arrangiamenti, cambi di strumentazione durante il brano ed improvvisazioni incredibili, dando prova della loro abilità strumentale indiscutibile. Il premio d'eccellenza va sicuramente al chitarrista Nels Cline, vero e proprio fantasista delle sei corde, in grado di tirare fuori in mondo di suoni incredibili dal suo strumento, ma che a volte scivolava verso una logorrea solistica eccessiva.
Un gran bel concerto quindi, di un gruppo estremamente fedele alla vecchia scuola ma in grado di mettersi in discussione e sapersi aggiornare verso quella che è la musica strettamente contemporanea, tale da mettere in contatto sia il pubblico più giovane che quello più “maturo”.
La scaletta ufficiale del concerto!
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Scendo dall'auto a passo veloce, è tardi, sono già le 21.30, avranno cominciato?...bastano pochi metri per sentire il calore di quelle note in levare: la so! Ma non ricordo il titolo, perciò comincio a canticchiarla. Non c'è tempo per cercare il passaggio, quindi salto il fosso che separa il parcheggio dalla zona concerti e via, mi accorgo che sto correndo solo a pochi metri dal palco, per come mi guarda la gente: Untold Stories, ecco come si chiamava, ma non è Buju Banton a cantarla, bensì Tarrus Riley.
Nel mondo della musica reggae accade di frequente ricordare, celebrare, far proprio un brano di un collega e ciò succede principalmente in due modi: il primo, come in questo caso, quando Tarrus sceglie di riprendere sia la melodia sia il testo di una canzone conosciuta, il secondo, molto più usato, di cui più tardi sia Riley sia Hammond ci daranno diverse dimostrazioni, attraverso il riddim, ovvero una melodia conosciuta con un testo inedito.
Sul palco con lui una band di tutto rispetto, la Black Soil Band, ma soprattutto il grande sassofonista Dean Fraser, classe 1955, uno dei più noti sassofonisti della storia del reggae, nonché scopritore e produttore dello stesso Tarrus; la sezione ritmica da sola spiegherebbe come mai Riley venga definito la quintessenza del revival roots reggae: lo stile è decisamente vecchia scuola e i lunghi dreadlocks bianchi del bassista lo confermano. Il mood è alto per tutta la performance, pezzi come Beware, Love's Contagious (Comining From The Cold riddim), Life of A Gun non fanno altro che coinvolgere in crescendo tutto il pubblico; le tematiche sono le solite: canzoni d'amore prima di tutto, Stay with you, Dream Woman, non mancano quelle spiritualmente impegnate, come Bless Me, e il bellismo pezzo dedicato al grande Gregory Isaac, scomparso nell'ottobre 2010, Front Door, che compare nella raccolta 'We Remember Gregory Isaac' (VP Records 2011), prodotto dallo stesso Fraser. Suonano per più di un'ora e non si sa dove volgere lo sguardo sul palco, ma Tarrus è davanti, comunica con il pubblico, ci fa cantare e balla con noi.
Uno dei momenti topici è stata la famosissima She's Royal: c'è voluto un attimo, non hanno fatto in tempo a chiudere l'intro ,che tutti cantavano, c'era chi non riusciva a smettere di sorridere, chi non riusciva a smettere di piangere. Mi aspettavo fosse quello il pezzo scelto per chiudere il concerto e invece no, Good Girl Gone Bad, quasi a monito della precedente, ha avuto il compito di farci scatenare in un skunk, quasi ska, un po' dancehall, sincretismo di ginocchia a dondolo assicurate.
Cambio palco: classici come Alpha Blondie, Luciano, Bob Marley di sottofondo, la gente si disperde per una birra, per due tiri a pallone, ma non smette di ballare, si muove da un banchetto all'altro ondeggiando quasi per inerzia. E' il tempo dei saluti quindi: senza accordarsi, molti di noi, molti di coloro che si ritrovavano al Rototom Sunsplash nel parco del Rivellino ad Osoppo (Ud), prima che si trasferisse a Benicassim, in Spagna, sa che occasioni come queste sono ottime per riunirsi senza bisogno di preavviso; ci si incontra come fosse un caso e si finisce a parlare sempre delle solite cose, ovvero di come manchi in Italia un'iniziativa di quella portata, che, con tutti i suoi lati negativi, aveva il merito di riunire grandi artisti, musica di qualità, incontri e dibattiti, per gli amanti del genere, in tutte le sue sfaccettature o quasi. Un festival come il Venice Sunsplash, quest'anno al Parco San Giuliano di Mestre (Ve), non può che apparirci un contentino, per giunta mal celato, che, ok, è meglio di niente, ma non abbastanza, non rende e la scarsità di pubblico lo dimostra.
Tempo un quarto d'ora e la nuova band richiama tutti a raccolta sotto il palco: anagraficamente più giovani, ma non per questo meno appropriati, anzi; il gruppo comincia con una reinterpretazione strumentale in chiave ska di Norwegian Wood dei Beatles. Niente da dire, la Harmony House Band sa il fatto suo ed è proprio quello che serve per stare dietro a uno come Beres Hammond, che, come fa notare giustamente chi lo presenta, canta da quarant'anni, mentre la Giamaica è uno stato indipendente da cinquanta. Nel suo repertorio la prevalenza di tematiche d'amore è netta ed è famoso per questo: parte con No Goodbye e via, non lo ferma più nessuno. Groovy Little Things, Love From A Distance, Over You, Warriors Don't Cry, Temped To Tuch: i lenti si alternano a pezzi più movimentati, ma i piedi sono ben ancorati a terra, i passi sono piccoli, con lui tutto suona come un classico forse perché Beres è un classico; fantastica l'imitazione che fa in Falling In Love di Buju Banton, uno dei diversi brani in cui hanno collaborato, e le coriste, doverosamente in 'divisa', irriducibili, coreograficamente organizzate fino alla fine. In chiusura ha fatto tombola: Put In Up a Resistance, Can You Play Some More, They Gonna Talk, Feel Good, Rockaway. Beres canterà pure da quarant'anni, ma li porta benissimo, come la maggior parte dei rappresentati della sua generazione: arrivano sul palco che sembrano usciti dal primo ricovero per anziani di Kingston e poi saltano, ballano, tengono il palco con un'energia invidiabile, con un carisma davvero raro e una potenzialità comunicativa che quasi commuove, talmente sorprende.
Al Parco San Giuliano sabato non eravamo in tanti, ma eravamo noi, lo spirito era quello giusto: non importa che si abbia a disposizione il parco più grande d'Europa, si balla vicini, tutti vicini.
“We danced all night to the songs they played, weekend come again do it just the same “
Silvia Morbiato
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Musica Internazionale -
Reportage Internazionali
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Paglietta in testa e look minimal: così si presenta Ben Harper, apparentemente sottotono, al pubblico dell’Hydrogen Festival. Ma si sa, le apparenze ingannano. Bastano poche note di Don’t give upon me now, il singolo scelto per presentare il nuovo album, perché l’artista californiano ceda volentieri il microfono ai presenti, tanti e ben preparati. Sono loro infatti a proseguire la canzone e a concluderla, dinanzi ad un Harper compiaciuto e persino emozionato. Portando la mano al petto in segno di ringraziamento, si scusa per il suo “bad english” e intona Diamonds on the inside, uno dei suoi più grandi successi. Colpito dallo scenario suggestivo di Villa Contarini, dell’Anfiteatro Camerini e dal calore del pubblico di Piazzola sul Brenta, Ben Harper dichiara di voler inviare le foto della serata a sua madre: “I will send pictures to my mom”. Introduce il terzo brano Spilling faith ricordando Ringo Starr, una delle due collaborazioni importanti del nuovo album “Give till it’s gone”. Oltre al batterista dei Beatles, anche Jackson Browne ha preso parte al recente progetto musicale di Ben Harper, con la traccia “Pray that our love sees the down”, secondo singolo estratto. Il palco si fa buio e Harper comincia inaspettatamente un assolo di 15 minuti, isolandosi con la sua lap steel guitar e citando strumentalmente Lifeline, altro brano significativo che il pubblico riconosce immediatamente.
Ormai al settimo cambio di chitarra, Ben Harper continua la sua scaletta con Another lonely day, contenuta nel suo ultimo album da solista del 1995, prima di cominciare a suonare assieme ai The Innocent Criminals. Il brano Forever young, cover di Bob Dylan, è uno dei pezzi che i fans di Piazzola sul Brenta seguono emozionandosi. Dopo i successi del 1994 e 1995, è il turno di Suzie Blues e a seguire Better Way di Both Sides of the Gun, album pubblicato nel 2006.
Acclamato dal pubblico, Harper rientra on stage per suonare Glory and Consequence e Better than I deserve, testo composto a Verona ispirandosi alla storia di Romeo e Giulietta: “Every couple in their own are Romeo and Juliet”, afferma sorridendo. Prima di concludere il concerto, Ben Harper regala un inciso di Jeremy, pezzo storico dei Pearl Jam, che manda in visibilio tutti i presenti. La dimensione intima che conferma il nome del tour “An acoustic evening with Ben Harper”, riemerge negli ultimi brani della serata: I shall not walk alone, la romantica Waiting on an angel e Walk away, che Ben Harper canta da solo sul palco.
Nella data di Piazzola, il musicista californiano ha toccato tutte le punte della sua carriera, dagli anni novanta fino a oggi, dai lavori solisti alle collaborazioni più importanti, ma la prevalenza dei primi album è evidente: ci si aspettava infatti una presenza maggiore di brani appartenenti al nuovo progetto, raggiunto da un notevole successo, e così non è stato. Forse per un’omologia di stati d’animo, Ben Harper ripropone i testi degli esordi ripuliti da una maturità prima di tutto artistica oltre che anagrafica, quasi come se le esperienze di vita invece di aggiungere togliessero, mostrandoci un’intimità autentica, una spiritualità concreta. Nonostante il suo ultimo album abbia raggiunto un notevole successo, in realtà è stato il sound dei suoi primi lavori a dominare il concerto.
Fabrizia Settembrino
Silvia Morbiato
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