RadioBue.it - Reportage Internazionali
Reportage Internazionali


Set It Off @ MAME - Radar, 25 novembre 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Lunedì 01 Dicembre 2014 16:06

Si arriva in ritardo da veri vip, e ci si perde il dj set di Blue Hawaii. Si corre dentro perché da fuori si sentivano delle chitarrine romantiche che grattavano via il freddo della notte patavina facendo spazio al caldo abbraccio di una ballata: erano i Craft Spells. Da Seattle (WA) a Padova, passando per un European Tour che li vede promuovere il loro secondo lavoro discografico dall’appetibile titolo: Nausea. A discapito di problemi tecnici non indifferenti le loro atmosfere ricordano in maniera incredibile il telefilm The O.C. e andare a vederli vi fa sentire il Ryan (o il Seth Cohen) della situazione, a caccia della vostra Marissa o Summer. Melodie romantiche e chitarre indie, in un misto tra Death Cab For Cutie e Finlay Quaye.

 

 

Salutato il rock il tempo dell’elettronica giunse, trasportato non dalla biga di Apollo ma dal mixer di Lindsay Lowend, che tra i movimenti degni di Ballando con le Stelle è riuscito a mixare molto bene una certa vena di jazz con dell’elettronica moltoAmerica. Appena Lindsay mette via un po’ di attrezzi, salgono sul palco due ragazzuoli simpatici, che rispondono al nome di Odesza. Dopo qualche drink io avevo perso la vena musico-critica, e devo ammettere che averla persa ballando sotto le cariche degli Odesza è stato assolutamente fantastico. La tormentata atmosfera Orange County si era trasformata in una officina dell’elettronica americana, con il duo di Seattle (WA) che accuratamente ha prodotto un live con quei dettagli chillwave che non solo caratterizzano il loro ultimo lavoro (In Return) ma danno anche un tocco di classe a quell’officina made in Usa.

Dopo la performance ho scambiato un paio di parole con Clayton Knight che tra un fan e una foto si stupiva dei sold out in tutte le date americane del Tour ma anche di molte di quelle australiane, ribadendo come il loro progetto fosse nato in maniera assolutamente tranquilla. Il freddo pungente e un venditore di rose del Bangladesh incavolato perché le coppiette preferiscono, e cito, fare fikifiki al posto di comprare qualche bel gaudioso fiore, ci costringono a rientrare.

Ci attende un rullo di tamburi: Slow Magic. Maschera tribale fluorescente che assomiglia a uno degli Autobot nella serieTransformers. Ora, lasciate che vi dica una cosa in totale onestà e confidenza: vedere un Transformer che suona in una live performance elettronica battendo i tamburi come una divinità africana posseduta dal diavolo della musica in persona, èuna delle cose più fighe che vi capiteranno di vedere

 

Pedro Asti

 

Add a comment
 
Parov Stelar @ Gran Teatro Geox, 21 novembre 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Lunedì 24 Novembre 2014 14:59

Non è una novità, di questi tempi, la ricerca di qualcosa che sta nel passato per “spolverarlo” e portarlo nel presente, al motto di “si stava meglio quando si stava peggio”. Le strade abbondano di fifì, tweed e scarpe tirate a lucido, e anche la musica di tempi oramai passati.

La musica italiana attuale, che annaspa in madrepatria - figurarsi all’estero - è surclassata dalle note nostalgiche dei vari Mia Martini, Lucio Battisti, De Andrè. Sarà un caso, o forse no, che proprio in un paese musicalmente in difficoltà nasca quel che viene definito, dai primi anni 2000, l’Electroswing (ne avevamo parlato in tempi non sospetti). Come si può dedurre dal nome, il genere unisce il suono made in Usa degli anni ’20 e i sintetizzatori della musica elettronica. La prima a sperimentare l’unione è stata, appunto, la band italiana Jazzbit Jazbeat. Electroswing che ha vissuto per la maggior parte nel sottosuolo musicale italiano, salvo per “Doo uap doo uap doo uap, dei Gabin, hit del 2002, mentre all’estero ha proliferato e ispirato, tra tutti, i Caravan Palace e la Parov Stelar Band. Quest’ultima in concerto venerdì 21 novembre al Gran Teatro Geox di Padova.

La band, che prende il nome dal dj e producer austriaco, alias Marcus Fureder, è stata fondata nel 2005. Se da una parte l’anima elettronica del “complesso” è ricoperta da Parov, al contraltare swing stanno il sax di Max the Sax, la batteria di Willie Larsson jr., la tromba di Jerry Di Monza e il basso Michael Wittner. Alla voce e a “dirigere” il pubblico, la sensuale Cleo Panther.

L’attesa per il concerto è tanta, e la band pensa bene di allungarla, giusto per non deludere il pubblico: se l’orario di inizio era previsto per le 21.45, Parov & co. si fanno attendere fino alle 22.30, sforando abbondantemente il quarto d’ora canonico che ci si aspetta per ogni spettacolo. È con un fragoroso applauso che, quindi, viene accolta la band alla loro entrata sul palco. Dj e batteria posizionati sopra delle strutture a un metro e più da terra, gli altri componenti della band invece davanti ad intrattenere il pubblico. Lo spettacolo,inoltre, risulta parecchio coinvolgente anche dal punto di vista visivo grazie a visual a tema che ci proiettano in quel mondo vintage cornice del genere musicale in questione. In scaletta solo pezzi belli carichi: “Libella Swing”, “Catgroove”, “Booty Swing”. Su tutti spicca però “The Mojo radio gang” che il pubblico ha ballato e cantato più degli altri.

Era da quasi 5 anni che avevo scoperto ed ascoltavamo Parov Stelar, purtroppo non avevo mai avuto occasione di ascoltare una sua performance dal vivo. E’ dal vivo che un’artista riesce a conferire ai suoi dischi una resa nettamente superiore rispetto ad un semplice ascolto su cd, questa ne è l’ennesima prova. Scarica di adrenalina ed energia pura.

 

Damiano Martin

Lorenzo Malavolta

Add a comment
 
Omaggio a Tom Jobim @ Padova Jazz Festival, 15 novembre 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Lunedì 17 Novembre 2014 10:51

“Il Padova Jazz Festival ha raggiunto la maggiore età”. Esordisce così Flavio Rodighiero, assessore alla cultura del Comune di Padova, ignaro forse che l’edizione appena conclusasi era la 17esima. 

Gaffe a parte il Padova Jazz Festival si conferma sempre di più una manifestazione capace di portare in città sonorità pure e particolari che solo il grande jazz sa regalare.

Sabato 15 novembre, in un Teatro Verdi quasi esaurito, è andata in scena una serata unica in ricordo di Antonio Carlos Jobim. I pezzi del maestro della bossa nova sono stati suonati dal virtuoso del violoncello Jaques Morelembaum accompagnato, oltre che dal suo immancabile cappello di paglia, dal Cello Trio.

Dopo un inizio di concerto completamente strumentale, in cui l’unica nota di colore è stata la piroetta che il batterista Rafael Barata è stato costretto a fare dopo aver perso una bacchetta, sul palco è salita Paula Morelembaum. La voce di Paula ha riacceso il pubblico che si è lasciato andare ad un affettuoso applauso.

Paula Martins, oramai conosciuta con il cognome del marito, si è presentata in completo nero ed ha esordito pescando dal repertorio che Carlos Jobim ha prodotto con il maestro Vinicius de Morales. Dopo la riproposizione di un altro duetto storico che Jobim fece con la cantante brasiliana Gal Costa in onore dell’attrice Sonia Braga, Morelembaum ed il Cello Trio hanno dedicato la canzone a Gabriella Piccolo Casiraghi vera anima del Padova Jazz Festival.

Grazie alla voce di Paula ed ai virtuosimi di Jaquel al violoncello e di Lula Galvao alla chitarra, il tempo è volato al ritmo della bossa nova. Morelembaum ed il Cello Trio poi hanno voluto concludere il concerto con una chicca conosciuta a molti italiani. Hanno suonato infatti Águas de Março, una canzone scritta nel 1972 da Antonio Carlos Jobim e tradotta anche da Mina, che ne fece una splendida versione italiana intitolata Pioggia di Marzo.

La serata conclusiva di un Padova Jazz Festival dedicato alla figura di Jobim non avrebbe potuto avere testimone migliore di Morelembaum. I quasi dieci anni passati al fianco del maestro brasiliano hanno sicuramente lasciato il segno nel violoncellista che, emozionato, ha più volte ricordato sul palco l’eredità musicale che ha lasciato Antonio Carlos Jobim.

Per scoprire di più sulla figura del maestro brasiliano, nei giorni del festival è stata presentata un’opera letteraria che in Brasile è stata considerata una delle più importanti della scena musicale nazionale. La biografica “Antonio Carlos Jobim, una biografia”, scritta da Sergio Cabral è stata tradotta in italiano da Salvatore Solimeno, che ci ha così consegnato un documento fondamentale per capire l’importanza che ha avuto il maestro della bossa nova nella musica brasiliana.

Accanto alla rivoluzione rock a cavallo degli anni cinquanta e sessanta, infatti, dal Brasile ne giungeva un’altra, più dolce e delicata, con delle sonorità capaci di influenzare l'intera scena jazz mondiale. Grazie a Gabriella Casiraghi, il Padova Jazz Festival ha così trasformato per una sera una piovosa Padova in Ipanema. 

Antonio Massariolo

Add a comment
 
Morrissey @ Gran Teatro Geox, 22 ottobre 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Lunedì 27 Ottobre 2014 17:55

 

Sottotitolo: come mi scatta la competitività quando mi assegnano un posto in tribuna! Soprattutto perché di solito mi ritrovo seduta vicino a persone che pretendono di riuscire a scrivere un pezzo migliore del mio, ma col cavolo che glielo lascio fare.

Morrissey sceglie Padova per l'ultima data italiana del suo tour (dopo essere stato a Roma, Milano, Bologna, Pescara, Firenze), che continuerà PER SEMPRE, perché mi rifiuto di vivere in un mondo in cui né Morrissey né gli Smiths suonano dal vivo!

21:30: sul telo steso a coprire il palcoscenico vengono proiettati video di Ramones, Nico e clip d'annata delle proteste contro la Lady di ferro Margaret Thatcher. Sono praticamente un regalo, significano che è tutto normale, lui è lo stesso di sempre, non importa quante case discografiche lo scaricheranno o quante malattie lo colpiranno. Bene. Ho già il magone.

Escono in formazione compatta, lui e i suoi musicisti, ed iniziano con "Hand in Glove" (concessione ai fan degli Smiths), poi solo pezzi dal nuovo "World Peace is None  of Your Business", il suo decimo album, intervallati da classici come "Everyday is like Sunday" e "You Have Killed Me", che diventa il momento di vero trasporto della serata, sentitissima dal pubblico. "I'm Throwing My Arms Around Paris" e la voce è sempre quella, la stessa degli anni '80, solo con qualche momento di incertezza, in cui diventa roca, ed è bello lo stesso.

"Do I look insane? Well, I am!" sono le parole che precedono "Trouble Loves Me" e poi "Life is vicious and disgusting and then it get worse" un attimo prima di "I'm Not a Man", chiaro. Aspetto trepidante che qualcuno raccolga in un libro tutte le cose che dice durante i concerti, al più presto!

Altri nuovi pezzi molto, molto belli, ne abbiamo? Si, "Kiss Me a Lot" per esempio, o "Istanbul" che quasi sfocia nello stoner, mi chiedo se sia merito dell'influenza degli eccellenti musicisti che lo accompagnano, praticamente tutti americani. Ancora, "The Bullfighter Dies" e "World Peace is None of Your Business" e finalmente "Meat is Murder" unica altra incursione nel repertorio The Smiths, lunghissima, inquietante, accompagnata da terrificanti proiezioni di animali che vengono macellati/maltrattati.

Chiude con "One Day Goodbye Will Be Farewell", perché non poteva essere altrimenti. Della camicia blu che lancia al pubblico non rimangono che stracci, anzi, nemmeno quelli. Vedo un tizio della security strapparla e dare i pezzi ai fan. Si, esatto! Avete capito bene: c'è gente che in questo momento sta costruendo un altarino per il brandello di camicia che si è portata a casa dal concerto e io no! La vita è ingiusta, ma già si sapeva.

Vale per tutti, quelli che lo amano e quelli che invece lo odiano, Morrissey va visto almeno una volta nella vita. "I'm not a man, I'm something much bigger and better than a man" e io alla fine gli ho creduto.

Elena Donatello

 

Add a comment
 
Tycho Radar Festival, 25 luglio 2014
Reportage - Reportage Internazionali
Domenica 27 Luglio 2014 17:14
La quarta edizione del Radar Festival ha visto un vero ed effettivo cambiamento rispetto alla precedente impostazione, assumendo la portata di un grande festival di livello nazionale. La quarta giornata ufficiale del Radar ha visto come protagonista l’elettronica declinata in tutte le sue forme, con l’eccezione di Dente, l’unico grande estraneo di questa giornata. Come sempre si è dato grande risalto alle band e agli artisti italiani, a quelle novità più interessanti che sempre più spesso tendono ad essere ignorate o a passare decisamente in secondo piano.
Purtroppo essendo arrivato verso la fine del live di Machweo ho potuto ascoltare dall’inizio solo il giovanissimo Yakamoto Kotzuga, che nonostante il nome è della provincia veneziana e ha proposto un set fortemente influenzato da sonorità post-dubstep intrecciate con la chitarra elettrica. Dopo Dente seguono gli In Zaire, dall’animo talmente noise da non capire quando finisce il brano da quando inizia l’improvvisazione. Il set dei primi ospiti internazionali, gli inglesi Plaid, si è rivelato un po’ deludente, se non altro per il fatto che avrebbe trovato un miglior posizionamento come fine serata; al contrario, l’italiano Populous si è rivelato il più interessante della giornata, pur avendo dei volumi talmente bassi da penalizzare l’effettiva resa della sua esibizione.

Tycho, l’headliner della serata, è stato sicuramente uno dei nomi più attesi di questo festival. Il quarto album del produttore californiano, Awake, è stato uno dei dischi più interessanti di questo 2014, grazie alla sua efficace fusione di elettronica e post-rock. Tycho si è infatti presentato con la sua band, per un concerto tutto suonato che di elettronico mantiene solo la struttura: è riuscito infatti a creare un personalissimo lessico musicale, formato da suoni e forme-canzone peculiari. Purtroppo un’arma a doppio taglio: se da un lato emerge una personalità spiccata e ben definita, dall’altra un’ora e venti di concerto tende a diventare un po’ pesante, per via dei brani molto simili far di loro.
 
Tommaso Rocchi
Add a comment
 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Pagina 1 di 14