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Money live@Bastione Alicorno, 23 novembre 2013
Reportage - Reportage Internazionali
Lunedì 25 Novembre 2013 11:44

Scrivere di un'esibizione dei Money può risultare difficile, dipende da cosa si intende per buona performance. Il concerto della band inglese divide in due posizioni nette il pubblico: chi ama e chi detesta.

I Money si presentano come degli inguaribili cazzari, nel vero sento della parola: il concerto ha una parte introduttiva in cui il cantante abbozza un canto da pub inglese che narra di un solitario spazzaneve seduto al bancone del bar. Evidentemente è già carico di birra e tende a barcollare sul palco seguendo traiettorie tutte sue.

Lo stato della sbronza pre palco ci sta tutta, molto rock 'n roll, molto casinara, si potrebbe dire meglio così che figure fisse, dritte, immobili e seriose. Il problema è che, una volta iniziata la prima vera canzone accompagnata dagli strumenti, i Money si rivelano proprio legnosi, della presenza scenica di cera sul palco. Sono delle statue di cera tenute in piedi dal freddo di un sabato 23 novembre padovano dal sapore invernale.

Ai ragazzi manca tutto, soprattutto per la musica che fanno, un pop rock dai rimandi quasi new wave: un genere così deve sapere creare un'atmosfera intensa, empatica, che avvolga gli ascoltatori trascinandoli dentro la propria sub-dimensione. Ai Money manca il tiro e l'attenzione necessaria alla musica per creare ciò. Ricordano, più che un gruppo immerso nelle proprie canzoni e nell'esibizione, nel contatto con un pubblico con cui vogliono e devono condividere quello che hanno dentro, degli scolaretti indisciplinati durante la lezione noiosa. Hanno solamente voglia di fare casino, senza la benché minima cognizione di causa di quello che stanno mettendo in atto.

Le canzoni, una dopo l'altra, proseguono identiche, con il cantante che a un certo punto fa scendere la chitarra al livello dei piedi per calciarla goffamente senza motivo, o si perde in una simpatica baruffa con l'asta del microfono la quale pare mai posizionarsi nel giusto modo, rischiando di perdere l'attacco del cantato. Terminata l'esibizione si immola in un'ultima canzone a capella, dopo aver creato una piccola torre di bottiglie di Becks.

I Money risultano molto più bravi su inciso, ascoltando il primo lavoro The Shadow of Heaven. Live, seguendo l'esempio di Padova, possono deludere, per mancanza di professionalità, nel senso che ti puoi sbronzare quanto vuoi, ma il tuo pubblico è la per ascoltare qualcuno suonare, non fare lo scolaretto annoiato, contornato da uomini di cera. E' là per vedere qualcuno preso della propria musica, deciso nel suonarla, e non c'entra se il genere, come quello del gruppo inglese, è lento e evocativo sulla carta. È questione di attitudine.

Se invece si va a un concerto per diluire poco entusiasmo a stanchezza post scemenze di una giornata durante la quale non si è fatto nulla, potrebbe anche piacere il casino rocambolesco del gruppo. In ogni caso entusiasmo, cuore e dedizione non pervenuti.


 

Matteo Molon

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The Dodos + Mexican Standoff @Movement, Bastione Alicorno, Padova 19/11/2013
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Giovedì 21 Novembre 2013 13:34

Non so quantificare il tempo passato dalla prima volta in cui i Dodos sono entrati in una mia playlist, per curiosità o semplicemente dietro consiglio di qualcuno. Sta di fatto, che dal 2008 (anno in cui hanno pubblicato l'album "Visiter" ndr) almeno un paio di pezzi per ogni loro album si sono meritati appellativi molto lusinghieri in svariate recensioni, e a me sembrano sempre in grado di tirare fuori almeno un piccolo miracolo folk-pop all'anno.

Hanno deciso di promuovere il loro "Carrier" uscito in Agosto passando anche per Padova, quindi mi precipito al Bastione Alicorno con la dovuta dose di entusiasmo MA consapevole che tutto potrebbe essere compromesso dalle aspettative che mi sono creata. La band di San Francisco, infatti, rimane da anni in un limbo di semi-fama, anche per colpa del genere in cui militano, dato il massiccio successo di gruppi come gli Arcade Fire, Fleet Foxes, Beirut o Mumford & Sons.

Ad aprire per i Dodos, ci sono i Mexican Standoff, gruppo di Padova nato nel 2011 che unisce lo "Spaghetti Western" con il folk e il blues, in un modo che forse non riesco a capire del tutto, ma che quasi mi conquista con gli ultimi pezzi. Il classico "Se son rose fioriranno" mi sembra l'unico commento che sono in grado di formulare su questo progetto.

Verso le undici, il cantante Meric Long e il batterista Logan Kroeb prendono posto sul palco, accompagnati, come sempre nei live, dal chitarrista Joe Haege.

L'inizio un po' blando, è destinato ad essere cancellato dalla carica ed energia che i Dodos mettono nelle loro esecuzioni dal vivo. L'irrequietezza che li contraddistingue si fa subito sentire, si rivela essere l'elemento che li differenzia da molti altri progetti, più o meno conosciuti, che tendono però ad adagiarsi sugli allori dell'orecchiabilità di certe melodie. The Dodos vanno oltre, si spingono fino al più pop dei ritornelli e poi decidono di cambiare rotta repentinamente, ed il risultato è sorprendente. "Black Night" dal vivo per fortuna perde quel sapore vagamente Coldplay, "Fables" incanta, tutti saltellano sul posto con "Longoform", "Confidence" "Substance" e "Transformer" tutte del nuovo album, vengono apprezzate particolarmente dal pubblico, che si merita anche un encomio speciale da parte di Long, riconosce alle prime file l'abilità di battere le mani a tempo come nessun altro mai.

A sorprendermi è soprattutto "The Ocean" che ricorderò per sempre come la canzone che ha dato la svolta al concerto, dato il mio scetticismo iniziale nei confronti di questo pezzo, neutralizzato dall'esecuzione splendida, trascinante, intensità moltiplicata per mille rispetto all'album.

La sostanza c'è, nei Dodos, si vede e si sente, non hanno problemi a tenere il palco del Movement e a loro sta bene così, forse scelgono di rimanere in circoli più ristretti per potersi godere il rapporto con il pubblico, le battute, le pacche sulle spalle, e il dimenticarsi i giorni della settimana senza tanti problemi (tocca al pubblico ricordare al chitarrista che è martedì!), fa tanto "rockstar" lo stesso, no?

Elena Donatello

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Abdullah Ibrahim, 15 novembre 2013
Reportage - Reportage Internazionali
Mercoledì 20 Novembre 2013 14:19

Abdullah Ibrahim sembra a casa sua e tutti diremmo così, se non fosse per le scarpe lucide. Come se stesse andando in cucina a prendere un bicchiere d'acqua e per farlo passasse davanti al pianoforte: si ferma, ci posa le dita e il tempo smette di scorrere. Potrebbe essere passata un'ora, come dieci minuti, non si sa, la musica scivola sui tasti come un flusso di coscienza. Abdullah Ibrahim è un signore senza età, un piccolo pezzo di una storia grande, quella dell'apartheid e della sua musica; si muove come se non dovesse sostenere il peso del suo corpo, ma fosse sostenuto dalle note stesse e con quel gigante che non è nient'altro che un pianoforte, prende confidenza a poco a poco, fino a diventarne parte, fino a dissolvere i bordi di contorno. Dall'alto dei suoi capelli grigi, Ibrahim racconta storie come un saggio a dei bambini curiosi, come un maestro ai suoi discepoli e ogni nota assume un valore magico, sacro. Per non perdermi, cerco dei riferimenti pragmatici: allora, sono circa duecentosei ossa davanti a ottantotto tasti.... mi sembra incredibile, ma pare gli bastino per mostrarci i mondi che ha camminato. Ibrahim con tutti i suoi denti, i tendini, le unghie, con tutti i suoi muscoli si scompone e si mescola alle corde, ai martelletti, al legno del pianoforte. Per farlo chiede di non essere fotografato durante i primi venti minuti, ha bisogno del suo tempo. Ibrahim ringrazia, a mani giunte con un piccolo inchino.


Terminato il momento spirituale, il teatro entra nel vivo dello show, perché è puro spettacolo quello che Christian Mcbride e il suo trio fanno sul palco. Christian è un gigante furbo, sa come muoversi e quali sono le parole da dire, Christian sa quello che vuole la gente e la gente vuole lui: la musica diventa una questione di secondaria importanza, quello che conta è il divertimento.

A poco più di quarant'anni Mcbride è uno dei migliori musicisti al mondo -e non parliamo solo di jazz-, al suo fianco due piccoli mostri: Ulysses Owens Jr. alla batteria, mitico di nome e di fatto, e al pianoforte la rivelazione della serata, dell'anno, un pianista che così non si sentiva da tanto, Christian Sands. Mcbride è il mentore, il fratello maggiore, si dilunga su quanto sia bello viaggiare con i suoi marmocchi, di che persone fantastiche siano e di come si divertano tanto tutti insieme. Un applauso ancora per la leggenda Abdullah Ibrahim e poi via, in una discesa senza mani, una spericolata corsa di standard. Questo non fa altro che confermare le mie impressioni: Christian Mcbride ci prende in giro e la gente applaude, applaude ripetutamente, applaude tanto per applaudire sottolineando la propria ignoranza, prima che i ragazzi finiscano i soli, prima delle chiusure. Ci prende in giro e fa bene: uno standard, quindi una melodia, un motivo che tutti o quasi hanno già sentito, dei soli coreografici e la gente applaude perché è convinta che le sia stato dato quello che voleva, applaude senza pensare; questo intendo quando dico che la musica viene messa in secondo piano a favore della dimensione spettacolare. Il punto è che anche per chi non si lascia ingannare da queste mere strategie d'impresa, Christian Mcbride potrebbe suonare 'Frere Jaques' e lo farebbe comunque con una classe, un fascino e un gusto indiscutibili. Lui e il suo trio fanno divertire, ma soprattutto si divertono e la premessa che ha fatto Mcbride prima del concerto non era solo intrattenimento: passare molto tempo insieme giù dal palco, conoscersi anche come persone oltre che come musicisti dà alle loro performance qualcosa di unico.

Quindi ci sono almeno tre modi di guardare questo concerto: 1) l'ingenuo -'ah, che bello, che bravi, quante belle canzoni, peccato che ha suonato poco'; 2) il cinico -'una presa in giro dall'inizio alla fine, solo standard e del nuovo album hanno suonato giusto due pezzi'-; 3) il masochista consapevole -'mi hai preso in giro e mi è piaciuto'. Christian Mcbride io ti adoro anche quando mi prendi in giro e standard suonati così non li ho mai sentiti, se non nei vecchi dischi di papà: sei come il nocino degli zii, sei come la marmellata di mele cotogne, sei come la pubblicità del sugo Barilla: il gusto per tradizione.

Silvia Morbiato

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JP Maurice - Brokedown Suitecase - Town of Saints, 16 novembre 2013
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Martedì 19 Novembre 2013 15:23

Serata nuvolosa, ma la luna non voleva saperne di rimanere nascosta. Prima volta alla Mela di Newton per me, seconda invece per il trio finnico-olandese che in quel di Padova è già approdato lo scorso anno. D’impatto, una splendida impressione, ma sapete, l’ho trovato delizioso, perché un posto così intimo permette un contatto con gli artisti che conservano ancora molto di umano. Mi dirigo verso i Town of Saints, che amorevolmente mi raccontano della prima tappa a Milano la sera prima.

E poi via, immersi nella malinconica e delicata voce JP Maurice, che intonando una splendida ballata riesce a raggiunge anche il cuore più sordo. 

A lui poi si aggiungono i Broken Down Suitcase, duo inglese folk con vene country, comprensibilissimo sia per il look (alla Mumford & Sons uno, e Kid Rock l’altro) ed un banjo infuocato. 

Al seguito di un paio di canzoni molto vivaci, entrano in scena i magnifici Town of Saints, che riempiono lo stage insieme agli altri tre ragazzi. Si aprono le danze con una lode alla città di Amsterdam, poi stage libero, e luci puntate solo sulla Città dei Santi. 


Partenza melodica, violino leggero, percussioni appena sfiorate. Harmen, il cantante dei Town of Saints presenta il gruppo in italiano, memore del tour dell’anno scorso, ma a causa di una notte brava in quel di Milano confonde Padova con Genova. Comprendendo la gaffe si corregge con la precisione di un t9, e probabilmente dell’applicazione Mappe della Apple, situando il live a Venezia, con vivace tocco di humour olandese!

Un po’ alla volta Sietse Ros (batteria) si scalda, diventando una vera e propria macchina. Sguardo concentrato, espressioni di forza e passione che lasciavano trasparire l’amore per il ritmo e per la musica. Altrettanto coinvolgenti erano Heta (violino-voce) e Harmen (chitarra-voce), trainante in ogni singolo movimento. Gli ascoltatori muovevano la testa seguendo la melodia, ed il piede seguendo la gran cassa. Avventurieri applaudivano scandendo la ritmica, e caricando ancor di più il trio, che emanava passione da ogni poro. In un delirio musicale Harmen sussurra alcune parole nell’orecchio di Heta, e si piazza al centro del pubblico, dimenandosi come un pazzo che deve suonare la sua ultima canzone. 

Il concerto sembra finito, quando da un angolino buio si leva una voce urlante “one more song”, e così, dopo pochi secondi, non si sente altro nella stanza. I Town of Saints, in qualche modo stupiti, chiamano a loro prima Benjamin James Caldwell (Broken Down Suitcase) per intonare una canzone, e poi Eric Larocque (Broken Down Suitcase) e JP Maurice, che sulle note di Rocky Top hanno concluso una serata emozionante, rifinita da una qualità molto alta in un contesto davvero speciale. Un magistrale inchino alla musica, che in questa serata ha trovato una sua nuova pelle.

Pedro Asti

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Holograms @ Movement, 2 novembre 2013
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Lunedì 04 Novembre 2013 10:37

Bastione Alicorno imballato di pubblico per gli Holograms. La sala principale alle 22.30 è già piena e il gruppo spalla dei padovani Vaults, band dalle sonorità shoegaze, se le cava bene ad alzare il tiro. Nonostante gli hipster dark presenti, la folla trasuda del desiderio di smetterla di stare agghindata in qualche posa da Vintage festival, e ha voglia di un concerto diverso dalla parterre del centro San Gaetano a settembre.

Un folto gruppo di english poco gentle e molto man staziona all'entrata del bastione con la birre in mano e nel tono della voce l'evidente voglia di fare casino, chiamali hooligans, chiamali ragazzi che sanno come tener su un concerto. I Vaults appaiono troppo forti per essere italiani, non fanno critiche a destra e non fanno testi impegnati a sinistra: sono un gruppo magari anche ripetitivo ma che sa creare un rumore generale immergendo in una bolla palco e pubblico; entro questa bolla tutto si muove e tutto si riflette. Lo shoegaze gioca molto sui grandi respiri d'atmosfera, ecco che i Vaults distorcono invece il volume a livelli quasi assordanti, agitando nella bolla tutta la schiuma prodotta dalla noise pollution, l'inquinamento del rumore. Più AC/DC che My Bloody Valentine.

Scendono loro e salgono sul palco gli Holograms, svedesi in fattanza dal cuore tenero, talmente tenero da avere – il cantante – un mini synth della Korg da sedurre, suonare e abbandonare per approdare sopra le casse al finire dell'esibizione, facendo roteare il microfono sopra la sua testa a mo' di giavellotto. Evidentemente ha preso troppo sul serio il trovarsi sotto un pezzo della mura medioevali di Padova. Tornando all'inizio dell'esibizione degli Holograms, questi partono spediti come fossero un carrello della spesa gettato giù per una strada di montagna, son figli della pazzia del mondo occidentale con quell'aria tutta vestita e curata, che però grida animale dalle loro corde vocali, sbraita, e ciò la rende grezza al punto giusto da farli diventare dei perfetti montanari, in cerca della redenzione da un peccato che sono fiori di avere commesso. Tanto da posizionare sul banchetto dei dischi una bottiglia di vodka finita con sopra una candela, entro una stella lucifera adornata da candeline. Holograms fa rima con oscurità, illuminati solo dalla fila di lucette posta sopra la batteria (la fila di lucette natalizia per intenderci), chitarre impazzite e synth che arrivano quando meno te lo aspetti. Sulla loro carta d'identità leggi post punk, sulla loro prova live invece li leggi amanti del rock 'n roll sparato, del rumore che più si è ubriachi e più diventa forte e dolce, leggi che nonostante sappiano fare un gran bordello sanno anche curare i mille frammenti di inquinamento acustico con cui compongono i loro brani.

Gli inglesi partono duri col pogo, gli italiani guardano, qualcuno fa foto, un bionda ha i capelli appena lavati che sanno di shampo patchouli, il signor San Miguel ha finito la birra. Nessuno prende appunti, altri prendono il disco. A Padova piove, la pioggia è finissima, triturata e infangata dagli Holograms.

Matteo Molon

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